“Taca Bilòz!”. E Bilòz … “tacava” il suo repertorio

«È un’indecenza! Nella stagione dei bagni è un’invasione di cantanti, di suonatori e giocolieri ambulanti che importunano cittadini e forestieri. È sempre stato così, ma sembra che quest’anno l’inconveniente prenda proporzioni più larghe. L’autorità dovrebbe pensare a provvedere». Lo sfogo proviene dal settimanale cattolico L’Ausa ed è datato 13 luglio 1901. «È sempre stato così», sostiene il giornale, e difatti se andiamo a sfogliare le pagine del vecchio Buon Senso, in una nota di cronaca del 18 agosto 1882 avvertiamo tutto il fastidio provocato dai «suonatori ambulanti che infestano la nostra città con chitarre, violini e violoncelli scordati».

Bastassero le voci o gli strumenti più o meno «scordati»! Per attirare l’attenzione e la generosità dei bagnanti – ci informa, brontolando, La Riscossa il 20 luglio 1907 – questi “musicisti” da strapazzo si spostano con una corte male addestrata di cani, gatti, pappagalli, serpenti e persino «scimmie e orsi».

È un’indecenza, d’accordo, ma per chi non sa come sbarcare il lunario è una scappatoia. Alla fine della giornata, dopo aver strimpellato qua e là qualche motivetto, la pagnotta è assicurata e a volte anche qualcosa di più sostanzioso. Tant’è che molti si cimentano in questa “professione” anche senza averne la “patente”. Scrive, infatti, il Corriere padano il 9 luglio 1937: «Nella nostra Rimini in estate avviene uno stragrande afflusso di suonatori e cantanti ambulanti, di quei suonatori e cantanti che non sono neppure degni del più modesto teatrino parrocchiale. A mezzogiorno questi artisti sballati si danno convegno negli alberghi e ristoranti per svolgere i loro “concerti vocali e strumentali”, che senza esagerare fanno cessare persino l’appetito. Non parliamo poi del modo petulante con cui chiedono al pubblico un compenso per la loro fatica. È questa una cosa veramente indecorosa. Perché negli alberghi e nei ristoranti non si cerca di limitare l’afflusso di questi venditori di musica e canto?».

Naturalmente non tutti i «venditori di musica e canto» bloccano l’appetito o rendono emblematica la digestione. Bilòz, per esempio, uno di questi “vaganti”, a differenza dei colleghi è tollerato, ben voluto e persino richiesto. Suona la fisarmonica con grande maestria e ha un repertorio di valzer, mazurche e polche da far invidia alle orchestrine.

Nella seconda metà degli anni Trenta Sante Deluca, detto Bilòz, si posiziona al bar Dovesi (oggi ristorante Lido), in piazza Tripoli. Siccome è cieco, si fa accompagnare sul posto – nel tardo pomeriggi e la sera – dal fratello Giovanni, che dopo averlo adagiato su di una sedia se ne va lasciandolo ai suoi fan.

Per una forma di riservatezza, frammista a “dignità professionale”, Bilòz prima di iniziare a mettere in movimento l’urganéin è solito aspettare l’invito incoraggiante del pubblico. Questo non tarda ad arrivare: al momento giusto c’è sempre qualcuno che gli urla bonariamente: «Taca Bilóz!» e Bilóz, sorridente, inizia a “tacare” il suo abituale repertorio.

La sera questo omarino, perennemente incollato al suo portentoso strumento, raddoppia l’impegno. Ad una certa ora, pilotato dal fratello, dal bar Dovesi si sposta al cinema Tripoli – i due ritrovi distano un centinaio di metri – per allietare gli spettatori durante l’intervallo della proiezione: una spola che gli consente di raggranellare quel tanto che gli è necessario per tirare avanti.

Ma Bilòz non si concede solo ai villeggianti: il suo cuore di umile popolano batte per la gente semplice; le sue mete preferite sono le osterie e le feste alla portata di tutti. Nelle cantine ha i veri amici, quelli sanguigni, che sanno apprezzare le sue briose romanze. Luoghi fissi sono le osterie “Forza e Coraggio”, in piazzetta Gregorio da Rimini (piazzetta del purazi), e “Dal Garampa”, in via Cairoli. Nelle feste popolari – soprattutto in quelle campestri dove giovani e meno giovani sono soliti fare i “quattro salti” – Bilòz, inchiodato sulla sedia con gli occhi che vagano nel buio a inseguire le esilaranti note del suo organetto, dà il meglio di sé offrendo alla sua gente attimi di spensierato abbandono.

Di questo personaggio ricco di umanità e dotato di un talento musicale non indifferente – trasfigurato in una patetica macchietta da Federico Fellini in Amarcord – scomparso nel dicembre del 1946, si raccontano tanti aneddoti. I più simpatici fanno riferimento ai suoi interminabili valzer: quando la canzone gli consentiva di cimentarsi nei virtuosismi della tastiera era capace di tenerla “su” anche per un quarto d’ora. A volte, però, colto da crisi di stanchezza, gli capitava di assopirsi proprio nel bel mezzo della sonata. In questi casi reclinava lentamente il capo sulla fisarmonica e la melodia rallentava il ritmo a poco a poco fino a spegnersi. Da qui il detto: «l’è cum e valzer ad Bilòz, che va finì in gnint», in riferimento ad una cosa che inizia con euforia e che si esaurisce con un nulla di fatto.

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