“Sylvie e Bruno” di Fanny&Alexander a Ravenna

Trent’anni di carriera sono uno straordinario traguardo e i ravennati Fanny&Alexander decidono di festeggiarlo con una personale all’interno della rassegna “Fèsta”. Primo spettacolo in cartellone, dal 17 al 20 novembre, “Sylvie e Bruno”, tratto dal terzo romanzo di Lewis Carroll, coincide con l’uscita per Einaudi della traduzione di Chiara Lagani. Dopo il debutto della scorsa estate al Ravenna festival, Chiara Lagani è stata candidata al Premio Ubu nella categoria “Nuovo testo italiano/scrittura drammaturgica (messi in scena da compagnie o artisti italiani)”.

Lagani, che spettacolo è “Sylvie e Bruno”?

«È uno spettacolo di cui siamo molto orgogliosi anche perché, parlando di momenti simbolici, per noi è stato il lavoro che abbiamo incubato in questi due lockdown. Io, fra l’altro, li ho trascorsi a tradurre il testo per Einaudi, quindi da un certo punto di vista è uno dei lavori che sento di avere più assorbito. Al di là del fatto che il testo è un lavoro molto corale, è stato anche un bisogno di tornare a lavorare con attori che ci sono carissimi, come Marco Cavalcoli, Andrea Argentieri e due presenze di compagnie ravennati che sono Roberto Magnani del Teatro delle Albe ed Elisa Pol di Nerval Teatro, due attori che noi amiamo infinitamente. La storia è tipicamente carrolliana, è l’unico romanzo per adulti che Carroll ha composto e parla di due racconti incastrati uno nell’altro: una storia d’amore triangolare borghese, tipica da romanzo vittoriano, e un racconto di fate che ha gli stilemi di un “Alice”, cioè un mondo illogico, fantastico che già abbiamo conosciuto nei due precedenti libri per bambini di Carroll. Il collante tra questi due mondi è un signore molto anziano, che è anche il narratore, malato di cuore, che ogni tanto si addormenta per questa sua spossatezza fisica, e ci fa saltare da un mondo all’altro senza farci intendere quale sia il sogno e quale sia la realtà. È un romanzo ultra sperimentale che anticipa tante delle questioni che Freud poi analizzerà nel suo famoso libro “L’interpretazione dei sogni”: è come se incubasse una questione del tutto novecentesca, pur essendo nato alla fine dell’Ottocento, quella del mondo dei sogni e dell’inconscio, di un rapporto con una proiezione fantastica, che in qualche modo è fisica e allo stesso tempo impalpabile, irreale».

Per questo spettacolo ha ricevuto la candidatura al Premio Ubu: che significato ha avuto?

«Noi siamo fierissimi di questa candidatura, anche perché è uno spettacolo che inizia la sua tournée dalla primavera, perché con questa situazione un po’ strana che il teatro ha dovuto subire ci sono mesi e mesi di date da recuperare. È già una vittoria per me, nel senso che sono estremamente grata a quelli che lo hanno segnalato anche perché è un testo e un lavoro che amo particolarmente tra quelli degli ultimi anni».

Come è arrivata dalla scrittura drammaturgica alla traduzione?

«È stato del tutto casuale. Io traducevo per i nostri lavori, se c’erano testi inediti non tradotti: sono laureata in lettere classiche per cui è da quando ero ragazzina che traduco. Quando abbiamo lavorato su “Oz” mi sono trovata a leggere dei libri che non c’erano in Italia, altri tredici libri altrettanto famosi in America ma in Italia semisconosciuti, bellissimi, quanto e forse anche più del primo. Ed era un peccato che i ragazzini fossero privati di questa possibilità di leggere una cosa così bella. Quindi ne ho parlato a un amico che lavora in Einaudi e mi ha proposto di lavorare alla traduzione. All’inizio mi sembrava improponibile. In realtà l’amore moltiplica l’amore, nelle cose, e quando ho pensato che in effetti poteva essere un amplificatore di certi lavori drammaturgici che io stavo tuttora percorrendo, ho accettato. È stato un lavoro molto grosso, perché ha dato vita a un libro molto molto corposo, e non credevo mi sarei innamorata così tanto di un’attività che non fosse quella teatrale. È una delle forme in cui si manifesta il mio amore per il teatro: tutte e due le attività riguardano l’ascolto di una voce».

Fanny&Alexander si apprestano a festeggiare i trent’anni di carriera: cosa vuol dire per voi?

«Sono date importanti, perché comunque riguardi un po’ un percorso che è ancora in atto naturalmente, però rivedi anche tante tappe, e rivedi il senso di queste tappe, come si sono concatenati i lavori uno nell’altro. Gli spettacoli sono delle punte di un iceberg grande, che è tutto quello che rimane spesso nascosto al pubblico: ci sono percorsi sotterranei, che sono però la parte più importante, altrimenti gli spettacoli non nascerebbero».

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