Su Netflix la docuserie di San Patrignano

La prima cosa da dire è che non è una fiction. Almeno non nel senso stretto del termine. Quella che Netflix manda in onda dal 30 dicembre su San Patrignano, è – come va di moda chiamarli oggi – un docufilm, una via di mezzo tra il documentario e un vero e proprio lungometraggio. S’intitola “Sanpa: luci e tenebre di San Patrignano”.

La storia, almeno qui in Romagna, la conoscono più o meno tutti. Vincenzo Muccioli è un imprenditore agricolo che ha dei terreni dalle parti di Cerasolo, Coriano. Ma non disdegna di venire in città a Rimini. Ed è qui che, sul finire degli anni 70, nota come la capitale del turismo sia “affollata” anche di tossicodipendenti, dei quali pochi si curano. Vincenzo comincia a portarsene qualcuno a casa, nonostante l’iniziale diffidenza della sua famiglia. E poi pian piano aumentano, fino a dover creare delle strutture per ospitarli. Va in tv – chi non ricorda le sue ospitate da Costanzo? – e parla del suo “metodo”: questi ragazzi sbandati hanno bisogno di polso fermo e di qualcuno che insegni loro a vivere normalmente, lavorando e senza bisogno di droghe. E ciò con le buone ma anche con le cattive.

Muccioli diventa un punto di riferimento europeo della lotta alle tossicodipendenze: la sua comunità viene investita di richieste da ogni dove, famiglie povere e ricche mandano i loro figli in preda alle droghe, nella speranza che lui li guarisca. Spesso accade, altrettanto spesso no. Ma ormai Vincenzo è per molti un guru. Posizione di privilegio che crolla, quando si scoprono dapprima alcuni tossici trovati in catene, e poi il delitto di Roberto Maranzano: un giovane ucciso da altri ospiti della comunità, il cui omicidio viene tenuto nascosto dal fondatore, «per salvare i miei ragazzi», si difenderà sempre lui: «Per non perdere la comunità», lo accuseranno i giudici, i quali pure gli mandavano molti tossicomani agli arresti domiciliari, da scontare proprio nella comunità.

L’opinione pubblica è divisa in due: Sanpa è un lager o un paradiso? E lui, Vincenzo, è un santo o un diavolo? Nel 1995, provato anche dai processi e dalle polemiche, Muccioli muore. Gli subentrano i figli, e poi negli ultimi anni, quelli che sono sempre stati i maggiori finanziatori del progetto Sanpa, la famiglia dei petrolieri Moratti di Milano.

Netflix ne ha tratto cinque puntate da un’ora, per questa che è la prima docuserie prodotta in Italia dal network, scritta da Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, per la regia di Cosima Spender. Ci hanno messo tre anni a girarla ed è molto accurata e approfondita, anche grazie alla collaborazione di Andrea Muccioli, il figlio maggiore di Vincenzo. Secondo gli autori, su questa vicenda «non si può essere neutrali; noi forniamo verità definitive su molti aspetti, ma il dilemma rimane».

Molte e decisive le testimonianze dirette, raccolte dagli autori: oltre ad Andrea Muccioli, Fabio Cantelli, ex tossicomane, poi collaboratore di Muccioli, infine tra i principali accusatori di Vincenzo. Ci sono anche Andrea Delogu, oggi conduttrice in tv, nata proprio a Sanpa dove suo padre Walter, un gangster milanese, fu inizialmente ospite e poi autista di Muccioli e suo braccio destro; ed è autore di un recente libro sui suoi anni a Sanpa. Ma c’è anche Red Ronnie, mentre non hanno voluto partecipare Gianmarco e Letizia Moratti che oggi guidano San Patrignano, che continua ad essere un “faro” nel settore, e ospita continuamente migliaia di giovani in cerca di redenzione.

Con il loro lavoro si producono oggetti e cibi e si allevano animali ad altissimo livello, grazie a grandi maestri che costantemente insegnano le loro arti agli ospiti nella speranza che, imparando un lavoro, costoro escano definitivamente dall’incubo della droga.

Ma la domanda vera, oggi come oggi, forse è: visto come è andata a finire, Vincenzo Muccioli avrebbe portato lo stesso a casa sua i primi tossicodipendenti? Vedremo se Netflix saprà rispondere anche a questo.

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