Studio sul Covid a Sanpa: 450 positivi e nessun ricovero

Oltre 1.200 persone di cui 900 ragazzi in percorso di recupero: fra loro 450 hanno contratto il Covid ma nessuno è mai dovuto ricorrere al ricovero in ospedale. Di più: nessuno ha mai dovuto assumere una terapia diversa dalla semplice tachipirina.

Antonio Boschini, medico infettivologo e responsabile sanitario di San Patrignano, racconta la pandemia all’interno della comunità, dove il Covid non ha trovato terreno per crescere.

«San Patrignano è una cittadella. Siamo in 1.200, accanto agli ospiti ci sono anche circa 250 dipendenti, oltre alle famiglie dei fondatori e degli educatori – spiega il dottor Boschini –. E abitano qui anche alcuni anziani fra i 70 e i 90 anni, non tanti ma ci sono». Eppure il virus non ha fatto danni.

Qui la pandemia ha vissuto due momenti ben distinti: una prima fase, quella del lockdown da marzo a maggio, dove non è mai arrivata; una seconda, alla fine del 2020, dove è andata di corsa fino ad infettare quasi la metà dei residenti.

L’ingresso del virus

«Fino a settembre non abbiamo avuto alcun caso e nessuno aveva mai portato la mascherina. A ottobre e novembre il virus è letteralmente esploso con centinaia di positivi. Da dicembre, però, i contagi sono tornati a zero».

Boschini ricostruisce come il Covid sia riuscito a perforare la barriera eretta dalla comunità: «Dal giorno del primo caso, il famoso paziente di Lodi, abbiamo praticamente blindato la comunità: chiuso le visite da parte dei familiari dei ragazzi e il loro ritorno a casa per piccoli periodi. Non è stato facile ma in questo modo, abbiamo tenuto il virus fuori da San Patrignano».

A fine 2020, però, il Covid ce l’ha fatta: «È arrivato tramite alcuni dipendenti esterni risultati positivi. Da quel momento abbiamo effettuato tamponi a tappeto e trovato diversi ragazzi positivi. Fra ottobre e novembre, nell’arco di 15 giorni, abbiamo effettuato due screening per un totale di 2.500 test. E se inizialmente ci eravamo organizzati con un sistema che definirei a cerchi, ma solo in alcuni settori, dopo lo abbiamo dovuto estendere a tutta la comunità. Chi aveva anche piccoli sintomi è stato spostato in una zona ad hoc e monitorato con tamponi continui: chi risultava positivo veniva trasferito nell’area Covid; gli altri tornavano in comunità».

La comunità “modificata”

La cosa più difficile è stata la riorganizzazione della comunità. «Abbiamo visto che il sistema più efficace per contrastare il virus era dividere i ragazzi. Così abbiamo deciso di chiudere la grande mensa e separare i ragazzi in 20 settori diversi». Praticamente una serie di bolle «che hanno funzionato, perché in alcuni settori, come la tessitura, non abbiamo avuto nessun caso. Per i nostri ospiti è stata una prova di grande maturità e crescita, erano molto più preoccupati per i parenti a casa che per loro in comunità».

Anche gestire i casi Covid non è stato semplice e Borghini rivela che non è mancata un po’ di apprensione: «Stiamo parlando di ragazzi fragili e controllare il disagio psicologico in isolamento completo, può diventare molto difficile. Così abbiamo creato delle aree riservate ai ragazzi positivi in modo che si potessero frequentare senza contatti con i negativi. Abbiamo dato loro dei film, degli audiovisivi e dei libri. Un grosso sforzo di carattere organizzativo che però ha pagato».

Le mascherine

Anche l’utilizzo delle mascherine è stato “trattato” con le pinze: «Fino a settembre non le avevamo mai usate. Abbiamo preferito “alzare” una barriera forte all’ingresso nei confronti di eventuali visitatori esterni: accorgimenti che ci hanno permesso di evitare tanti problemi. Quando però abbiamo visto che il virus era a pochi metri da noi, abbiamo parlato chiaro ai ragazzi spiegando che sarebbe stato necessario utilizzare le mascherine. Loro sono stati bravissimi e le hanno sempre tenute, sia all’interno che all’aria aperta dando prova di grande maturità, malgrado l’enorme stress psicologico causato dallo stop della maggior parte delle attività: gli studi, i corsi di formazione, le visite dei familiari. Adesso, però, è ripartito tutto».

La comunità anche adesso continua ad accogliere i giovani: «Ci siamo fermati solo due mesi, poi abbiamo ricominciato. Stanno entrando sette ragazzi ogni settimana: serve un tampone negativo e un isolamento di cinque giorni. Poi possiamo accogliere i ragazzi in via definitiva». Lontani dalla droga ma anche dal Covid.

Il caso San Patrignano allo studio dell’Istituto Mario Negri di Roma e dell’università Sapienza della capitale, per capire se dietro il virus incapace di aggredire gli ospiti della comunità, vi sia qualche elemento scientifico o si tratti di una pura casualità.

Antonio Boschini, responsabile sanitario di San Patrignano, racconta: «Sono anche infettivologo, così ho sempre raccolto i dati per capire in che modo fosse riuscito a circolare il virus nella nostra comunità. È vero che l’età media degli ospiti a Sanpa è inferiore a 30 anni, ma ci sono anche persone immunodepresse e con varie patologie».

L’aspetto che, secondo Borghini, potrebbe distinguere San Patrignano è che «i ragazzi non bevono, non fumano e vivono gran parte del tempo all’aria aperta. Mi piacerebbe davvero capire se questo possa aver influito sulla resistenza al virus: per questo ho affidato i nostri numeri a due gruppi diversi di esperti. Sono ricercatori che hanno studiato il rapporto fra Covid e tabagismo: ho condiviso i dati con loro per capire quanto siano significativi. Un’indagine approfondita potrebbe far riemergere l’ipotesi che il polmone è l’organo più colpito dal Covid e chi ha polmoni sani riesce a difendersi meglio».

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