Stress irriguo e siccità, il cambiamento climatico mette in affanno la vigna

Quest’anno più che mai il cambiamento climatico ha dimostrato quanto pervasivo possa essere nell’influenzare – e a volte anche compromettere – il risultato di chi lavora a contatto con la natura. Con un quasi meno cinquanta percento di precipitazione cumulata da inizio anno a fine luglio rispetto alla media degli ultimi trent’anni, il 2022 si è distinto come l’anno più siccitoso dal 1800 ad oggi, aggravato anche dalle temperature più calde delle ultime cinque decadi. Una congiuntura climatica eccezionale, mitigata solo dalle piogge di agosto, che fortunatamente non hanno danneggiato i vigneti italiani.
Fatta questa doverosa premessa, secondo le prime stime effettuate da Assoenologi, Ismea e Unione italiana vini, quella in corso si presenta come un’annata soddisfacente per quantità e sorprendente per qualità. Stando alle previsioni vendemmiali dell’osservatorio congiunto, presentate nei giorni scorsi al Mipaaf, la siccità e il caldo record di quest’anno non avrebbero quindi compromesso le uve e la produzione 2022 dovrebbe, infatti, attestarsi intorno ai 50,27 milioni di ettolitri di vino, pari alla stessa quantità dello scorso anno, anche se rimane cruciale l’andamento meteorologico delle prossime settimane.

Parla l’esperto

«La vendemmia in corso ci sta consegnando una qualità delle uve che va da buona a ottima – interviene a spiegare Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi –. Molto dipende dalle aree di riferimento, perché mai come in questa stagione il giudizio quanti-qualitativo è totalmente a macchia di leopardo e questo è dovuto essenzialmente a un clima estremo che ha pesantemente condizionato, in particolare, i mesi di maggio, giugno e soprattutto luglio, con punte di calore che hanno superato i 40 gradi e una siccità tanto prolungata». Fortunatamente, «in agosto, su gran parte del Paese, sono arrivate delle piogge “intelligenti” e cioè che non hanno procurato danni – spiega sempre Cotarella –, così da permettere alla vite la sua ripresa vegetativa e di portare a maturazione le uve senza particolari stress. Ma a contenere gli effetti negativi dei cambiamenti climatici è stato anche l’approccio scientifico che noi enologi abbiamo introdotto a sostegno dei vigneti». E sul punto il presidente di Assoenologi oggi più che mai non fa sconti: «scienza e ricerca nella viticoltura e in cantina sono sempre più fondamentali, quindi spazio ad apprendisti stregoni del vino non c’è più, se mai ci fosse stato in passato».

Geografia dei vigneti

Guardando alla “classifica” delle regioni italiane, questa è capeggiata dal Veneto che, con 11,5 milioni di ettolitri, produce da sola oltre un quinto del vino italiano. Seguono Puglia ed Emilia-Romagna, con rispettivamente 10,6 e 7,4 milioni di ettolitri, per un prodotto complessivo dei tre territori pari al 59% dell’intero vigneto italiano. Venendo però alla qualità del prodotto, in linea generale gli esperti si aspettano vini eccellenti in Trentino-Alto Adige e in Sicilia, mentre puntano l’asticella sull’ottimo Piemonte, Valle d’Aosta, Friuli Venezia-Giulia, Toscana, Lazio, Umbria, Abruzzo, Molise, Puglia e Sardegna, con Liguria, Emilia-Romagna, Marche, Campania, Basilicata e Calabria più caute su previsioni “buone/ottime”. “Buone”, invece, le attese per le etichette lombarde e venete.
«La vigna – commenta Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione italiana vini – si rivela ancora una volta il pivot della filiera, ma la partita non termina con la vendemmia, perché specie in una fase congiunturale così delicata emerge sempre più la consapevolezza che si possa e si debba fare meglio sul fronte del valore del nostro vino. Il tanto declamato record produttivo – aggiunge – non è infatti una condizione sufficiente per generare ricchezza: le “rese valoriali” del vigneto Italia, secondo un’analisi realizzata dal nostro osservatorio, registrano performance nettamente inferiori rispetto a quelle francesi, che segnano una redditività tripla per ogni ettaro coltivato (16,6mila euro vs 6mila) e per ogni ettolitro prodotto (294 vs 82 euro)».

Il mercato

Venendo infine al mercato, con la vendemmia 2022 l’Italia del vino mantiene il primato produttivo, mentre quello del fatturato rimane in casa francese. Guardando alle ultime elaborazioni su base Istat, l’Italia ha chiuso il primo semestre con il record in valore di 3,8 miliardi di euro (+13,5% sul pari periodo 2021) mentre è piatto il trend dei volumi esportati. Inarrestabile è specialmente la performance del comparto spumanti, che nella prima parte dell’anno hanno sfiorato il miliardo di euro in valore (+25,5%). In netta crescita – soprattutto per effetto dell’inflazione – è poi il prezzo medio, che è salito del 13,3%. «Mentre sul fronte estero la domanda sembra tenere piuttosto bene, seppur non con i brillanti risultati del 2021 – afferma Fabio Del Bravo, responsabile direzione servizi per lo sviluppo rurale di Ismea –, su quella interna si evidenzia qualche segnale di cedimento negli acquisti presso la distribuzione moderna, anche se si deve considerare il recupero del fuori casa».

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