Stregò Herrera e Sacchi, da baby talento a campione di sfortuna

FAENZA. Profuma di record imbattuto da più di 40 anni, forse condiviso con pochissimi altri, il debutto a soli 16 anni nel 1978 tra i professionisti del calcio di Demetrio Pellicanò, attaccante, goleador, premiato allora come il più giovane professionista d’Italia. Una promessa svanita senza possibilità di recupero. Oggi ha 59 anni e, seppure nato a Roma, è faentino d’adozione da oltre trent’anni.

Gli esordi

Dopo il promettente avvio il calciatore è stato “baciato dalla sfortuna”: una serie di gravi infortuni hanno interrotto sul nascere una carriera annunciata sfolgorante. Era un fenomeno di quei tempi e le sue doti pare avessero stregato anche Arrigo Sacchi ed Helenio Herrera. «Sono cresciuto – racconta Pellicanò al circolo Ferrovieri – nelle giovanili della Lodigiani di Roma, la stessa squadra che raccoglie i talenti della capitale, viene da lì anche Totti. Mi vendettero al Rimini, in serie B, per 14 milioni che a quei tempi erano soldi, ma stavano anche a significare il valore agonistico, il fatto che credevano in me».

L’esordio

Ad apprezzarlo infatti non era gente di poco conto, ma tra i più grandi allenatori della storia. Il Rimini era affidato al “mago” Helenio Herrera che rimase per poco tempo «ma che mi fece debuttare a 16 anni al Dall’Ara di Bologna, perché il loro campo era squalificato. Era il 17 giugno ed entrai al 36° della ripresa. Toccai un solo pallone, quello del passaggio per il gol del pareggio, 1-1 contro il Varese».

Gli infortuni

L’anno dopo, sempre con il Rimini, giocò anche in Coppa Italia, contro la Fiorentina di Antognoni. Poi il primo infortunio. «Sembrava uno stiramento alla coscia destra, ma avevo i tendini lacerati: ci vollero mesi per riprendermi. Poi mi sentivo pronto e di me si interessò il Cesena Primavera di Arrigo Sacchi. Dovevo partire per il ritiro quando in piscina alcuni amici mi presero per buttarmi in acqua, uno di loro scivolò e io caddi con la schiena sul bordo della vasca. Ovviamente non partii».

Questo fu l’incidente che gli stroncò la carriera quando l’aveva appena iniziata. Il mondo gli cadde addosso a 17 anni e solo ora Pellicanò riesce a parlarne con disinvoltura. «Ho davvero digerito a fatica la mia storia vissuta – confida –: recuperai quel trauma, però non ero più lo stesso. Il calcio era e continua ad essere la mia passione, ma a quei livelli non sono più tornato. Fui ingaggiato dal Faenza, poi ho giocato anche a Cervia e Castel Bolognese».

Ora

Dagli stadi tumultuosi, dalla promessa di un futuro pieno di successi, Pellicanò passò a vivere una vita fatta di sacrifici e lavoro in fabbrica. «Per trent’anni ho fatto l’operaio a Faenza da Randi, mi sono occupato di acido tartarico. Questa è la mia prima intervista», conclude con gli occhi che gli brillano come ad avere finalmente esorcizzato i fantasmi di un passato e di un destino che gli ha segnato la vita.

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