Storia del faentino che arrivò ai vertici del Kgb sovietico

FAENZA. Consultando la documentazione d’archivio accessibile in Italia, in particolare il fascicolo personale nel Casellario politico all’Archivio centrale dello Stato a Roma, le carte della prefettura, i fondi dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Ravenna, gli atti del processo a suo carico e avvalendosi di ogni altra possibile fonte – giornali dell’epoca, saggi, libri, testimonianze – il giornalista e storico faentino Angelo Emiliani ha cercato di ricostruire sulla base di elementi il più possibile certi la vita singolare, straordinaria, di “Giovanni Bertoni. Un romagnolo nel Kgb” (Il Ponte Vecchio editore).

‹‹Di enorme aiuto per sapere di vicende altrimenti indecifrabili è stato – sottolinea nella prefazione al volume – l’averne conosciuto la figlia Svetlana, o per meglio dire Zina, Zinocka, il nome della madre morta di parto diventato quello della figlia stessa. Grazie alla sua fiducia e sensibilità è stato possibile esaminare e riprodurre lettere private, articoli e ricordi di grande interesse e non reperibili altrove. Chissà se in futuro gli archivi russi consentiranno di acquisire ulteriori informazioni, così da completare in ogni suo risvolto il profilo umano e professionale di un giovane faentino, figlio di un barrocciaio e di una casalinga, giunto ai livelli più alti nella gerarchia del Nkvd e poi del Kgb, i supremi organi di sicurezza dell’Unione Sovietica››.

Emiliani, perché si può definire quella di Giovanni Bertoni (1906-1964) «una vita avventurosa»?

‹‹Quando fuggì da Faenza l’8 aprile del 1925, dandosi alla clandestinità, Giovanni Bertoni non aveva ancora compiuto 19 anni. Alla morte a Montevideo il 1º settembre del ’64, era tenente colonnello del Kgb e a capo della rete di spionaggio sovietica dell’intero continente sudamericano. Fra questi due estremi si è svolta una vicenda umana, politica e professionale che definire avventurosa è dir poco››.

Come divenne uno dei principali esponenti dell’antifascismo faentino?

‹‹Bertoni aveva aderito al Partito Comunista d’Italia negli anni in cui dilagava la violenza degli squadristi in camicia nera. L’impegno politico e la risolutezza nel difendere le proprie idee ne fecero un sovversivo vittima di ripetute umiliazioni e sevizie alle quali, essendo zoppo, non poteva neppure sottrarsi. Si vendicò uccidendo due fascisti e da allora di lui non si seppe più nulla. Il che ne fece un personaggio leggendario, protagonista di storie fantasiose. Ma nel suo caso la realtà ha davvero superato l’immaginazione››.

Fuggiasco a Mosca, quale fu la carriera di Bertoni nel Comintern?

‹‹È davvero difficile dirlo in poche parole. Frequentata l’Università comunista delle minoranze dell’Ovest, diventò istruttore dei funzionari di partito, segretario tecnico del settore latino-americano e collaboratore del Comitato esecutivo del Comintern, “interprete” – in realtà controllore – dell’équipe del generale Umberto Nobile impegnata in un grande progetto per la costruzione di dirigibili. Poi la guerra di Spagna, il lavoro a Radio Milano Libertà a fianco di Togliatti. E altro ancora››.

In che maniera, come da lei sottolineato, fu la sua duttilità politica a consentirgli di sopravvivere alle purghe staliniane come a quelle della destalinizzazione?

‹‹Su due aspetti non sussistono dubbi: la sua convinta e totale adesione al comunismo come lo si intendeva a Mosca e la sua scaltrezza. Confermata, questa, non solo nella capacità di assolvere i rischiosi compiti affidatigli, ma anche di comprendere e assecondare gli eventi. Ciò gli ha consentito di passare indenne attraverso i rivolgimenti politici avvenuti in Unione Sovietica prima e dopo la guerra››.

Poiché visse per molti anni visse in Centro e Sud America? E quale fondamento si può dare alle voci di un collegamento alla politica castrista e perfino alla guerriglia di Che Guevara?

‹‹Il vertice del Kgb gli affidò l’incarico di “residente” – un agente che vive legalmente nel Paese in cui opera, ovviamente dissimulando la vera identità – per l’esperienza e la fiducia acquisite in precedenti missioni. E perché conosceva bene lo spagnolo, oltre ad altre lingue. È probabile che abbia avuto contatti con Che Guevara, forse anche con Fidel Castro, ma è da escludersi una sua partecipazione diretta alla rivoluzione cubana››.

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