Stefano Tura “incontra” ancora il killer delle ballerine

Il giornalista Stefano Tura rivive il suo passato da cronista di nera; lo fa riportando sulla ribalta, vent’anni dopo, Il killer delle ballerine + L’ultimo ballo (La Corte Torino). Due racconti, l’uno esordio letterario nel noir, l’altro sequel ai giorni nostri, insieme in un unico libro. Il killer delle ballerine gli sgorgò d’impulso sul finire degli anni Novanta, conseguenza di un tempo in cui l’autore, dalla sua Bologna, macinava chilometri lungo le strade della Romagna. Su e giù fra discoteche di grido e fatti dall’eco tristemente roboante. Anni in cui, dal Resto del Carlino prima, alla sede Rai dell’Emilia-Romagna, Tura si formava alla professione proseguita poi da inviato di guerra per la Rai e oggi, da molti anni, corrispondente da Londra. Quei primi anni nella cronaca gli fecero germogliare la passione per il giallo da scrittore, e dal 2018 organizza pure il festival “Cesenatico noir”.

Tura, è un abbinamento insolito la pubblicazione in un solo volume del primo romanzo e del sequel aggiornato al presente. A cosa si deve?

«Si deve al fatto che, vent’anni dopo, sono tornato in possesso de Il killer delle ballerine, thriller fuori catalogo da anni ma vincolato dall’editore Fazi che lo pubblicò nel 2001. L’editore Gianni La Corte mi aveva chiesto un nuovo giallo, così gli ho proposto questo abbinamento: unire al romanzo di vent’anni fa la continuazione di quel racconto con alcuni personaggi centrali del primo ma con vent’anni in più addosso, e in una Romagna molto diversa. Credo sia una novità, tanti non hanno mai letto Il killer».

Quanto influì il suo lavoro nella scrittura della prima storia?

«Tanto; raccontavo la realtà delle discoteche famose di Rimini e Riccione a cui cambiai il nome per non incorrere in denunce. Wonderland era il Paradiso, ma si possono riconoscere Cocoricò, Peter Pan e altre. Ricordo il Paradiso di Gianni Fabbri come la più cool di allora, e il Cocoricò per lo sballo sfrenato ma anche per tanta innovazione. Lì vidi le prime installazioni della Raffaello Sanzio di Cesena, con i quarti di bue appesi, a pensarci oggi antecedenti a quelli dell’artista Damien Hirst divenuto fenomeno inglese dell’arte. Mi piaceva raccontare l’ambiente della notte, le cubiste, i performer».

Ci sono fatti di cronaca che la influenzarono?

«Quando misi mano a Il killer delle ballerine era già successo di tutto, compresa la Uno Bianca. L’eco di quei poliziotti mi condizionò nella scrittura del libro. Ma c’erano stati tanti episodi, l’Emilia-Romagna non si è mai risparmiata nei fatti di cronaca. Ricordo la questione dei “viados” brasiliani (prostitute transessuali) al Gros di Rimini. Era bella colorita la Romagna in quel periodo notturno; a me piaceva Thomas Harris, quello de Il silenzio degli innocenti di Hannibal the Cannibal».

Viveva le notti della riviera solo per lavoro?

«Non solo, ero un frequentatore, venivo per le stragi del sabato sera, quando si lanciavano giù dalle colline e attraversavano la Statale al buio. Spesso però partivo da Bologna all’una di notte per le disco di Rimini e a Riccione. Il mio primo romanzo non poteva essere che quello, infatti il protagonista è un giornalista».

Cosa succede e quale Romagna descrive nel sequel?

«Faccio tornare il killer delle ballerine in una Romagna senza più discoteche, né folle oceaniche. Da quella trasgressione si è passati alla intolleranza, all’odio sociale dei social, al razzismo. Fra i protagonisti, torna un poliziotto del primo romanzo oggi transgender, uscito dalla polizia per non venire bullizzato. Si rivede il giornalista Luca Rambaldi ma in condizioni precarie di salute, e torna Carmen con cui aveva condotto l’indagine del killer. L’ultimo ballo è l’ultimo giro».

In che cosa le due storie si differenziano?

«Il killer delle ballerine è un romanzo scritto “per strada”, era la mia vita di allora, l’avevo sulla pelle. L’ultimo ballo è un libro di riflessione; torno con una visione critica su un ambiente che avevo frequentato e di cui ora colgo aspetti negativi e differenze. Ne L’ultimo ballo aggiungo un personaggio carismatico realmente vissuto. È Loris Fabbrini (1955- 2000), fotoreporter riminese, una enciclopedia vivente di vita e conoscenze. Lavorava con Riccardo Gallini che mi ha aiutato nella stesura, raccontandomi i cambiamenti di notte e città».

Pandemia a parte, rientra in Italia per l’estate di “Cesenatico noir”?

«Sì, ne abbiamo parlato con l’Amministrazione che vorrebbe ampliare l’evento per più giorni. Ho idee nuove e vorrei spaziare anche in altri settori della cultura. A giugno uscirà il mio nuovo romanzo per Piemme, Jack is back, che si interroga su chi è il nuovo Jack lo squartatore nell’Inghilterra di oggi devastata da razzismo, violenza, Brexit…. Entrambi i libri li presento a “Cesenatico noir”».

Rimini si candida a Capitale della cultura 2024. Cosa ne pensa?

«Credo che la cultura riminese abbia valore se rimane se stessa, non deve snaturarsi per diventare la città internazionale che piace a tutti. L’autenticità dei riminesi e della città è il vero valore».

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui