Stefano Tonti e le sue “Scopertine” ora in un libro

Celebri titoli letterari volteggiano in una aerea galleria permanente formata da giocosi e colorati pannelli bifacciali, sospesi nel chiostro della Biblioteca Gambalunga. Queste opere dell’affermato graphic designer riminese, sono ora raccolte nel volume “Uno e centomila, scopertine tipografiche di Stefano Tonti” con testi critici di Oriana Maroni, Anna Maria Bernucci e Lorella Barlaam (NFC edizioni), poste a mostrare quelle che Oriana Maroni, direttrice della biblioteca nel periodo dell’allestimento, ha definito «nuove visioni. che mettono in scena il potere fermentatore della lettura, suggerendo una riflessione estetica e meta letteraria che moltiplica l’allusione ad altri libri, nutre lo sguardo di supposizioni… E con loro la nostra Biblioteca riscopre il desiderio di essere infinita».

Stefano Tonti, da dove nasce l’idea di queste “Scopertine”?

«Da un gioco personale, un “divertissement” grafico cominciato un po’ per caso con la mia giovane collega Anna Perazzini, credo con “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello, e che poi ho portato avanti con altri titoli fino a contarne per ora una trentina. Nacquero a fine 2020 in forma digitale, poi a marzo 2021 si materializzarono in un allestimento permanente nella corte della Gambalunga, e l’ultima metamorfosi è su carta, in un libretto».

In che modo diventano uno strumento per scoprire o riscoprire i libri?

«Ogni “scopertina” è in qualche modo una scherzosa esegesi visiva del suo titolo, realizzata con mezzi minimi e sempre uguali: fondo bianco, autore in nero e titolo in rosso, nulla di figurativo, se non ottenuto a volte per allusione con le lettere stesse. Come grafico ho esplorato un uso alternativo dei glifi alfabetici e della loro interazione e collocazione e nello spazio, scoprendo mano a mano un linguaggio inatteso e sorprendente, ma le scopertine rappresentano se vogliamo un messaggio più generale: con poco si può fare molto, ma il moltiplicatore devi essere tu. In un’epoca bulimica come la nostra, nella quale più abbiamo e meno siamo soddisfatti, mi sembra un suggerimento utile».

In che maniera ogni pannello si distingue come contenitore di giochi grafici e linguistici?

«La collocazione nel chiostro mi ha suggerito nuove interpretazioni tramite il semplice posizionamento di alcuni dei pannelli. Ad esempio i “Canti pisani” di Pound, con sul retro “Inclinazioni. Critica della rettitudine” della filosofa Cavarero, sono ospitati su un pannello pendente da un lato, mentre “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera, fronte al “Barone rampante” di Calvino, si eleva più in alto delle altre scopertine e tocca quasi la volta. Al contrario, il pannello de “Gli sdraiati” di Michele Serra, accoppiato al “Grande sonno” di Chandler, giace appeso in orizzontale, mentre “Non buttiamoci giù” di Hornby è adagiato sul pavimento. I giochi più propriamente grafici vanno dal “MIL1.OOO.OOONE” di Marco Polo alle lettere del Kamasutra che si accoppiano voluttuosamente, da “La l ttr a rubata” di Poe alle O dei PrOmessi SpOsi che diventano due fedi nuziali, e così via».

È anche un modo nuovo e diverso di guardare l’oggetto libro?

«Questo tipo di approccio alla scrittura e al libro ha molti e illustri precedenti, da Apollinaire ai futuristi fino a correnti contemporanee, ma nel mio piccolo ho cercato anch’io di creare qualche sorpresa, come la copertina “srotolabile” e all’interno nuove scopertine che interagiscono con la forma del libro. Ad esempio, “La linea d’ombra” di Conrad è attraversata dalla piega centrale, limes d’ombra metafisico che mi ha sempre affascinato, mentre “Me ne vado” di Leo Longanesi esce di scena a modo suo, scavalcando il margine della pagina. Come ha notato Massimo Pulini, in questo libro “la pagina bianca è un lago di senso da esplorare”».

Si può definire quindi una sorta di biblioteca borgesiana, fatta di infiniti rimandi?

«È un paragone impegnativo, ma in effetti nelle scopertine c’è un approccio enigmistico e surrealista che ha qualcosa di borgesiano. Questo rimanda a un effetto collaterale dell’operazione scopertine: dato che la scelta dei libri non è legata tanto a criteri letterari quanto all’interpretabilità grafica del titolo, alla fine ha preso vita una biblioteca improbabile e aleatoria, che mette insieme Jules Verne e Pound, Nietzsche e Bruce Chatwin, Manzoni e il Kamasutra. Per concludere vorrei ringraziare Oriana Maroni, Annamaria Bernucci e Lorella Barlaam per i loro preziosi testi introduttivi, che aprono nuove interpretazioni all’avventura delle scopertine».

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