Stefano Tonti e le “Scopertine” tipografiche

di ANNAMARIA BERNUCCI

Scendono dalle volte a crociera della corte porticata della Gambalunga, la storica istituzione riminese che ha compiuto da poco 400 anni di vita. Sono le 24 “Scopertine” tipografiche di Stefano Tonti, graphic designer e connettore di invenzioni graficovisuali, qui in veste di ironico sacerdote della letteratura.

Lo spazio che si apre allo sguardo del visitatore, varcato il grande portale d’ingresso, dalla sobria architettura, con al centro (collocato dal 1927) un pozzo settecentesco in pietra d’Istria e ai muri alcuni dei marmi che la comunità ha dedicato ai Riminesi illustri, ospita tra queste suggestioni antiche una mostra curiosa che parla di libri, di classici della letteratura italiana e straniera, opere intramontabili e fondamentali, rappresentate per le loro copertine, graficamente manomesse nella relazione semantica e nella riflessione estetica.

Viaggio di conoscenza

In questa soglia, come è stata definita dalla direttrice della biblioteca Oriana Maroni – che dà accesso a quel viaggio piccolo e grande di conoscenza o anche solo di informazione che i cittadini possono compiere quotidianamente (in tempi di Covid su prenotazione) – si concretizza un incontro speciale con la letteratura facendoci uscire dai binari della prevedibilità. In che modo? Innescando un approccio giocoso attraverso l’ironia e l’artificio grafico, sicuramente un modo – come è stato sottolineato – «per invitare i lettori e gli ospiti, anche occasionali, a scoprire che la biblioteca non è solo un contenitore di cultura, ma un luogo dove la cultura accade».

Ci aggiriamo tra copertine di libri che hanno il sapore di un rebus. E si sa che per sua natura il rebus corrisponde all’idea che le parole siano anche rappresentabili attraverso le “cose” (non dimentichiamo che il nome rebus deriva dal latino – ablativo – rebus).

Ma che succede con le “Scopertine” tipografiche? Stefano Tonti si è abbandonato a un esercizio di stile e quelle che erano «copertine da leggere sono diventate copertine leggere». Gioca con l’immagine grafica delle parole dei loro titoli, un modo per sollecitare la lettura e riscoprire i libri selezionati: non per caso la mostra ha un suo titolo, e che titolo: “Uno… e centomila”, con buona pace di Luigi Pirandello. L’artificio è farci capire che la lettura è anche gioco, che non può esistere senza immaginazione.

Il gioco per Tonti è iniziato con la elaborazione al computer e si è materializzato in reali ingrandimenti di nuove copertine in formato manifesto; sfruttando la fisicità del supporto sono state collocate in modo a loro volta significante. Un esempio? la cover de “Gli sdraiati” di Michele Serra è orizzontale, mentre “I canti pisani” di Ezra Pound prendono una particolare inclinazione. Stefano Tonti si è trasformato in performer mettendo insieme significati, parole e segni (tipografici) in libertà e non si è fatto mancare qualche audacia.

Parole in immagini

Una divertita logica di trasformazione ha animato titoli illustri, ribaltando le parole in immagini e l’immagine grafica in parole. Nuove copertine con titoli elastici e parole mobili. Parole trattate come immagini e immagini che si trasformano in linguaggio verbale. Combinazioni per inedite cover con caratteri dei titoli che scivolano, si inclinano e giocano in grandezze di senso, scoprendo un diverso modo di leggere, disponendo l’attenzione verso altre sintesi. I grafici lo sanno bene quanto l’estetica di un carattere tipografico determini l’efficacia di un progetto, a maggior ragione quando questi caratteri si frammentano in modo icastico e sottilmente disorientante sulla copertina, quella che è la “carta d’identità” del libro. Parole in gioco che permettono smarrimenti virtuosi nell’interscambiabile rapporto tra segno iconico e segno verbale.

Il nonsenso della casualità

Gli esiti sono quelli che fanno fare un tuffo inaspettato in una congiuntura grafico-sintattica ma anche inavvertitamente nel nonsenso della casualità. Titoli che si frammentano, scompaiono, si mimetizzano, la grafica (lettering) arriva in soccorso e diventa lingua viva, mondo parallelo, acrobazia dello sguardo. Come un calembour che nasce e vive all’interno dell’universo linguistico, suo elemento costitutivo, dal quale scaturisce l’essenza del gioco.

E qui l’arguzia ha arricchito l’utilità delle parole.

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