Stefano Massini dall’America a Ravenna per la Festa di Radio 3

Torna in Romagna la Festa di Radio 3, emittente diretta dal ravennate Andrea Montanari; il teatro Alighieri è il palcoscenico della festa dove, da oggi a domenica, passano fisicamente gli ospiti in diretta sulle frequenze di Radio 3. Un momento clou è venerdì 30 settembre quando, dalle 21 alle 22.30, è protagonista il fiorentino Stefano Massini (1975). Talentuoso e prolifico drammaturgo, regista, scrittore, editorialista, divulgatore, narratore televisivo, nel giugno scorso ha trionfato ai Tony Awards, gli Oscar del teatro americano, primo italiano ad aver portato a casa il premio, per lo spettacolo “The Lehman Trilogy”.

Massini presenta la novità assoluta “Manahattan Project, frammenti”. È un’anteprima in forma di lettura, per frammenti appunto, del suo nuovo e monumentale progetto “Manhattan Project” realizzato in tre parti: un’opera sia editoriale che teatrale in cui ricostruisce i 7 anni (1938-1945) che portarono dall’idea, alla costruzione, all’esplosione della bomba atomica.

Massini, cosa l’ha spinta a un’opera così complessa sull’arma che ha segnato il destino di popolazioni e di un’epoca? Forse il conflitto bellico che sta sollevando nuove ansie nucleari?

«Già da un anno stavo lavorando al mio “Manhattan Project”, ben prima dell’esplosione della guerra in Ucraina. Desideravo, a dieci anni dalla stesura del mio “Lehman”, concentrarmi su di un’altra storia che avesse quel tipo di impatto e di sviluppo narrativo; un’opera molto ampia, basata su un’epica, in cui i dialoghi nascono all’interno della narrazione. Ho scelto di farlo con un’altra grande storia ebraica; Lehman era sulla grande finanza americana, questa è sulla fisica e sulla bomba atomica. Nel corso della stesura, i fatti avvenuti negli ultimi mesi hanno improvvisamente reso questo mio progetto una storia che ci riguarda. Pensavamo di esserci lasciati alle spalle il rischio del nucleare, invece ci ritroviamo con una potenza come la Russia che minaccia di usare quelle testate».

Cosa racconta al pubblico teatrale e radiofonico del suo “Manhattan Project”?

«Propongo alcune parti di un testo che, se letto integralmente, richiederebbe penso sei ore; racconto una storia epica, entusiasmante, per molti aspetti mitologica e leggendaria; parto dal 1938, quando un gruppo di giovani e geniali fisici ungheresi, tutti di origine ebraica, fattore questo che ha inciso profondamente, fuggono negli Stati Uniti in seguito alle leggi razziali. Creano una comunità di scienziati e, spaventati dall’idea che Hitler possa arrivare per primo a un’arma definitiva come la bomba di uranio, si uniscono per impedire che ciò avvenga. Via via questo nucleo di persone si allarga, e l’obiettivo cambia; gli Stati Uniti decidono di finanziare la ricerca e costruire per sé quella bomba nucleare, fino a lanciarne due su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945».

Il testo è stato pubblicato?

«Lo sto ancora ancora ultimando, in Italia uscirà per Einaudi nel marzo 2023. La prima e seconda parte però sono già state tradotte in inglese; inoltre diversi teatri, inglesi, statunitensi, tedeschi, hanno bloccato i diritti dell’opera. All’interno della mia scrittura, molto articolata, ogni regista può muoversi operando delle scelte».

Crede che il successo del Tony spinga il nostro teatro a un diverso sguardo produttivo?

«Non direi; la vittoria del Tony, arrivata per me del tutto inattesa, bellissima, difficilissima da ottenere, non è paragonabile all’Italia. “Lehman” da noi ha potuto essere rappresentato da Luca Ronconi, l’ultimo grande maestro della regia; ma l’Italia è un po’ orfana di grandi analisti della scena, capaci di lavorare su drammaturgie e strutture teatrali complesse. D’altronde il nostro teatro storicamente naviga in acque non semplici perché ha una struttura diversa, ha un rapporto col pubblico diverso, è percepito dalle masse in modo diverso, ha una posizione sociale e politica diversa. Nel suo “L’arte della commedia”, Eduardo De Filippo parla di questo, ma non a caso è un testo poco rappresentato. Negli Stati Uniti “Lehman” ha realizzato 150mila spettatori in una sola stagione; sono numeri inimmaginabili da noi per il teatro di prosa».

Come riesce a scrivere e comunicare passando velocemente da un mezzo a un altro: teatro, tivù, cinema, giornali, editoria, video?

«Mi domando ogni volta qual è il modo migliore di raccontare quello che ho in testa, e lo faccio con modalità sempre diverse, cercando di essere libero da schemi. Recinti e perimetri hanno un effetto paralizzante su di me, claustrofobico, non consolatorio. Pertanto devo romperli per andare a provare qualcosa di diverso. Parto senza presupposti, solo inseguendo il fascino del cantastorie».

Gratuito. Info: 0544 249244

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