Il tennis italiano sta vivendo un momento d’oro senza precedenti. Per capire le radici di questo successo e guardare al futuro del movimento, ne parliamo con il faentino Raimondo Ricci Bitti, figura importante del tennis nazionale e internazionale oggi consigliere della European Tennis Federation, oltre che della Federazione Italiana Tennis e Padel.
Ricci Bitti, che negli anni Ottanta è stato numero 11 d’Italia, due volte medaglia d’argento alle Universiadi (Bucarest ‘81 ed Edmonton ‘83) e campione italiano di doppio misto con la faentina Stefania Cicognani nel 1981, vive oggi lo sport da una duplice prospettiva: quella del dirigente di lungo corso e dell’appassionato legato alla sua terra.
«Dal 2000, con l’inizio della presidenza di Angelo Binaghi alla FITP, il mondo del tennis è stato affrontato con una certezza: serietà, molta ambizione e nessuna paura di fare scelte scomode» spiega Ricci Bitti, analizzando l’evoluzione degli ultimi vent’anni.
Secondo il dirigente faentino, il punto di svolta politico e tecnico poggia su due pilastri unici a livello mondiale. Il primo è di natura mediatica e divulgativa. «La scelta di creare una televisione federale (SuperTennis, ndr) è un fenomeno unico nello sport globale; non esiste un’altra federazione proprietaria di un canale tv. Aver riportato il tennis in chiaro, rendendolo accessibile a tutti e non solo alle pay-tv, ha avvicinato tantissimi giovani».
Il secondo pilastro è strettamente tecnico e riguarda la rivoluzione nella formazione della classe d’insegnamento. «Un tempo la categoria dei maestri mostrava poca professionalità ed era molto legata alle esperienze personali dei singoli. Oggi il metodo è applicato in modo scientifico. Gli insegnanti sono divisi in quattro livelli, obbligati a seguire corsi e studi per avanzare. Questo approccio più attento ha allargato enormemente la base dei giocatori di buon livello».
Una crescita, quella italiana, che attira l’attenzione anche all’estero. Dalla sede della Federazione Europea a Basilea, Ricci Bitti conferma il cambio di percezione. «Un tempo eravamo considerati lontani dalle grandi federazioni, oggi tutti sono curiosi. Ci chiedono cosa facciamo, quali sono i nostri sistemi e strutture. Siamo diventati il bersaglio di una marea di richieste da parte di federazioni straniere che vogliono capire il “miracolo” italiano”.
Il successo azzurro passa anche da un nuovo modello di collaborazione tra pubblico e privato, in particolare nel settore delle accademie. «La Federazione ha fatto una scelta importante, non creare più centri in proprio ma sostenere i giocatori che si allenano in accademie private di ottimo livello, quasi sempre gestite da tecnici usciti dalle scuole federali. Questo mix tra i tecnici privati, che lo fanno per professione e i tecnici federali, che affiancano il lavoro seguendo i giovani atleti, ci viene oggi copiato da molte altre nazioni».
Parlando della competitività globale, Ricci Bitti evidenzia come il divario tra i top player e il resto della classifica si sia assottigliato. «Oggi abbiamo una tale abitudine a confrontarci a livello internazionale che i giocatori fino al numero 200 o 300 del ranking sono ottimi atleti. Le differenze sono irrisorie: basta una giornata non perfetta di un top player perché le distanze si azzerino».
Una competitività che ha però finito per penalizzare la specialità del doppio, di cui Ricci Bitti è stato uno specialista. «Il singolare oggi richiede una tale esasperazione fisica che per i primi al mondo non è più possibile giocare entrambe le specialità. Mancando i migliori, l’attenzione di media e pubblico è calata, anche se il doppio resta una specialità spettacolare. Nel misto, il livello delle donne è cresciuto molto e si vedono partite ancora basate sulla tattica e sull’attacco, rispetto al tennis moderno dove domina la velocità».
Nonostante gli impegni internazionali e la gestione delle aziende di famiglia (impegnate nei settori ortofrutticolo e vitivinicolo, con ruoli anche nella Cantina Sociale di Faenza), il legame con il Tc Faenza resta viscerale. Un circolo in cui Ricci Bitti è entrato per la prima volta oltre sessant’anni fa, seguendo i fratelli. «Faenza ha fortuna e merito di essere una delle pochissime città delle nostre dimensioni ad aver mantenuto un unico grande circolo, segno che non è mai nata l’esigenza di frammentare l’offerta. Un circolo pubblico, popolare, accessibile a tutti e fortemente agonistico. Fin dai miei tempi, ha sempre avuto la capacità di far nascere ottimi elementi che poi, una volta raggiunti certi livelli, dovevano cercare altre strutture per l’alto livello. Non dobbiamo rammaricarci di questo, anzi è un vanto: l’approccio è sempre stato di grande sportività e vicinanza ai giovani, una linea colta e sostenuta negli anni anche dalle amministrazioni».
Il circolo si appresta a tagliare il traguardo dei 100 anni di storia. «Nella nostra zona molti club hanno festeggiato i cento anni, perché quella è stata l’epoca di diffusione dei primi campi in Italia. Arrivare a questo appuntamento con un circolo in salute, vivace e presente nel panorama nazionale è un grande onore. Per il 75° anniversario fu pubblicato un bellissimo libro curato dal maestro Lasalle Errani, dietro la spinta di Teo Gaudenzi. I due veri gestori di quegli anni d’oro, un’epoca in cui ci si poteva permettere di organizzare manifestazioni di un livello oggi impensabile per un club come il nostro. La volontà di tutti i soci e della città è quella di festeggiare degnamente questa bellissima ricorrenza».