È Francesco Venturato l’uomo che aiuta Marco Bezzecchi a fare pace con Alba Rosa quando le cose non filano per il verso giusto: lei non vuol fare bene una curva o non vuol calzare una gomma. Questo è, infatti, il nome che il viserbese ha dato alla sua RSGP e l’ingegnere di Noale, classe 1979 nato a Chioggia, è il capotecnico che ne ha la responsabilità. Un binomio che è arrivato a giocarsi il titolo mondiale 2026.
Il capotecnico Francesco Venturato: “Io, Bezzecchi e Alba Rosa: a Silverstone la vera svolta» VIDEO
Questa moto è la moglie del Bez?
«Alba Rosa ha un doppio nome, che si riferisce alla dualità della moto, ma in fondo è un unicum ed è una sorta di fidanzata».
Quali sono stati i momenti fondamentali nella vostra crescita?
«Sono stati due: il primo è in Thailandia, quando sembravamo forti, ma le cose non andavano. Lì mi sono detto: diamoci del tempo, aspettiamo almeno 7 gare e poi vediamo. La seconda, la terza e la quarta non andarono bene, eravamo competitivi ma capitava sempre qualche cosa. Ero timoroso e mi son detto: che facciamo se va male anche la settima? Poi siamo arrivati a Silverstone, che era propria la numero 7, ed abbiamo vinto: ci ho preso...»
Marco è partito fortissimo in questa stagione con sabati deludenti affiancati da domeniche stellari, poi 4 gare “maledette” ed ora una regolarità maggiore sia al sabato che alla domenica: è davvero cresciuto?
«Le avversità per un atleta sono anche opportunità di crescere. Abbiamo avuto tanti sabati brutti, ma domeniche stupende, lui è un pilota che nel momento delle difficoltà riesce a tirare fuori il meglio ed a reagire».
Lei viene da una serie di esperienze importanti che l’hanno portata nei team maggiori, ma qui in Aprilia ha accettato una sfida tutta nuova: gestire un pilota.
«Ho iniziato con Ducati, come ingegnere delle performance, poi sono passato in Honda Hrc con lo stesso compito, con piloti come Casey Stoner e Marc Marquez, sono approdato anche in Suzuki prima con Maverick Viñales e Aleix Espargaro poi con Joan Mir, mondiale, e Alex Rins, infine sono arrivato in Aprilia, per seguire Viñales. Fai la gavetta, come tutti, parti dal basso e cerchi nuovi obiettivi ogni volta, cercando di spostare l’asticella. La passione per la moto è arrivata da bambino, quando mio zio mi portava in giro con la sua Moto Guzzi V7».
Un ingegnere ama i numeri, il capotecnico deve anche seguire l’animo del pilota?
«Certo i numeri mi piacciono sempre e restano nella mia indole, ma un capotecnico deve avere una sensibilità diversa. Prima cercavo di migliorare la performance della moto in modo astratto, trovando i decimi di secondo, con il pilota lavori sulla guida e sulla tecnica, ma devi portare anche avanti un lavoro più psicologico, trovando dei compromessi. Magari come ingegnere vorresti fare delle prove, ma capisci che non è il momento giusto. Serve empatia per portare avanti questo lavoro, che è un lavoro corale, in cui il pilota è la stella, ma dietro ci sono tanto lavoro e tante persone che gli offrono il pacchetto migliore».
Marco è uno splendido folletto: simpatico, generoso e anche fumantino: com’è stargli vicino?
«Marco è bello acceso in tutte le sue espressioni: è sincero ed è il suo bello. È super empatico con tutti, abbraccia i meccanici, cerca i contatti, ha reazioni un po’ più di pancia quando le cose non funzionano e ci sono i contrattempi. Col tempo ho capito come affrontarlo, so che lui ha il suo tempo, lo conosco e lo vedo, così so se è il momento di dire qualcosa o aspettare i classici cinque minuti per affrontare un’analisi».
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