Roberto Landi non è il classico allenatore da panchina italiana: è un uomo di mondo, uno di quelli che il calcio lo ha respirato in ogni latitudine, dagli Stati Uniti alla Liberia, passando per Scozia e Sud Africa. Un viaggiatore del pallone che ha visto realtà lontane anni luce dal nostro sistema, ma che proprio per questo oggi può permettersi uno sguardo lucido, quasi spietato, sul momento più buio del calcio italiano. Dopo l’ennesima eliminazione dal Mondiale, lui non ha dubbi: «Qui non c’è nulla da sistemare, c’è tutto da rifondare. Il problema non è non esserci qualificati. Il problema è non sapere come rialzarci».
La “sentenza”
La sua diventa qualcosa di più di una semplice analisi, a partire dalla sconfitta con la Bosnia. «Siamo stati come sempre supponenti e presuntuosi - attacca -. Abbiamo snobbato la Bosnia, addirittura un nostro giocatore ha esultato quando è arrivata l’ufficialità che l’avremmo incontrata. Noi crediamo di avere la verità in tasca, di essere i migliori, di possedere le sacre scritture del calcio. Ma la verità è che siamo rimasti fermi mentre tutti gli altri Paesi sono progrediti o hanno avuto l’umiltà di ripartire, vedi la Germania. Poi ci sono stati anche errori sul campo: in dieci contro undici non devi mai togliere un attaccante perché è un segnale di resa, ma anche questo fa parte della nostra storia. E Bastoni non doveva essere convocato, lo abbiamo messo solo in difficoltà. Adesso tutti a criticare, a fare i cani bastonati, ma vedrete, torna il campionato e tutti si dimenticheranno la figuraccia che abbiamo fatto».
La prospettiva
Landi non ha dubbi sul cosa fare e sul come ripartire. «Come ho detto, occorre rifondare tutto: dal Settore Tecnico di Coverciano fino alla punta della piramide. La prima cosa da fare è agire sulle Scuole Calcio. Come sono concepite oggi servono solo come bancomat. Bisogna fare una chiara suddivisione tra istruttori e allenatori perché non tutti gli allenatori sono capaci di relazionarsi con i giovani. Ci vogliono persone specializzate, formate: tecnicamente e soprattutto psicologicamente perché le famiglie affidano la loro cosa più preziosa al nostro mondo e noi dobbiamo essere bravi ad averne cura. Altra cosa fondamentale: il protocollo da seguire. Fino a 14 anni tutti devono imparare tutto, tutti devono giocare. Senza assillo di risultato, senza pesi da portare se si perde o senza esaltarsi se si vince. Poi, dopo i 14 anni, arriva la specializzazione. Si deve tornare ad allenare la tecnica, basta giocatori strutturati, soldatini da mandare in campo. Servono velocità e intuizione, capacità che si acquisiscono solo lavorando nel lungo periodo. Basta sentire parlare di diagonali, di gioco dal basso: i bambini si devono solo divertire. E la meritocrazia deve tornare a essere padrona. Ci vogliono infrastrutture, campi, scuole federali che, però, non devono essere lasciate sole, ma che devono essere visionate e promosse o bocciate ogni anno. E poi bisogna avere il coraggio di lanciare i giovani. Ma, soprattutto, dobbiamo avere il coraggio di farci un bel bagno di umiltà e ripartire con le persone giuste».