Il lungo calvario del Rimini: dopo la scomparsa di Bellavista 18 anni tra retrocessioni e fallimenti

“Dopo di me il diluvio”. è una famosa frase pronunciata prima da Luigi XV Re di Francia e probabilmente anche da Vincenzo Bellavista quasi 300 anni dopo. Quel famoso 21 maggio 2007, giorno della scomparsa del patron, segnò la fine di un sogno chiamato Serie A ma di fatto ha segnato pure la fine di un certo calcio a Rimini. Nessuno però si poteva immaginare il tornado (altro che diluvio) che si sarebbe abbattuto nei confronti dei colori biancorossi, sempre e comunque gloriosi. E dei suoi tifosi.

In realtà, dall’anno della nascita, il lontano 1912, il Rimini ha dovuto fare i conti altre volte con le rifondazioni. La prima nel 1938: rinuncia al campionato, scioglimento della squadra, fusione con il Dlf e si riparte dalla Prima Divisione.

La seconda nel 1994: fallimento dichiarato dal Tribunale di Rimini per l’ingente massa debitoria. Titolo sportivo all’asta, si cambia denominazione in Rimini Calcio Fc e inizia l’era Cocif-Bellavista.

Dopo i primi anni di apprendistato e i successivi di ripetute sconfitte nei play-off, comincia l’età dell’oro biancorossa: doppia promozione in tre anni, la vetta in B, allenatore adatto, giocatori di classe e qualità, gioco spumeggiante, Neri stracolmo, società robusta, patron con denaro e passione (ricordarla bene questa parola...) che già pensava alla Serie A. Pronto pure il progetto per il nuovo stadio, ma l’amministrazione comunale ha fatto di tutto per ostacolarlo e forse oggi non si parlerebbe di piani A, B, C. Poi il destino ci mette lo zampino anzi entra proprio in tackle.

La proprietà va avanti, ma non è più la stessa cosa, perché se Bellavista comprava i pezzi pregiati, i suoi successori li vendono e la retrocessione in Serie C è solo l’anticipo del saldo che arriverà dodici mesi dopo: è il 2010, il club non si iscrive al campionato per volontà della Cocif e, pur senza debiti, viene messo in liquidazione subendo la revoca dell’affiliazione dalla Figc per cessazione di tutte le attività. Viene così fondata l’Ac Rimini 1912 che si iscrive in Serie D. La prende Biagio Amati, ma Rimini non si fa mancare niente e quell’anno ci sono addirittura due società, l’altra è il Real Rimini Siti che dura come un gatto in tangenziale.

Si va avanti tra discese ardite e risalite, arriva “mister Cocoricò” Fabrizio De Meis. Lui ci crede, ma la sua attività subisce un brusco stop nel pieno della stagione: a fine 2016 il club non si iscrive al campionato di serie C e viene radiato dalla Figc per fallimento.

Nell’estate nasce il Rimini Fc che si iscrive in Eccellenza. Giorgio Grassi, uomo solo al comando, impeccabile nei pagamenti ma troppo visionario per reggere il timone di una società tra i prof, poi ha pure sfiga con la retrocessione per algoritmo e passa la mano ad Alfredo Rota.

E arriviamo ai giorni nostri. La bara biancorossa è stata chiusa (sì, chiusa da molteplici colpevoli, non solo i dirigenti) in questa terribile, gelida, ultima settimana di novembre, ma la stessa bara è stata aperta molto prima. Esattamente il 15 luglio 2023 quando Rota cede la società ai forestieri della Ds Sport società Benefit. Presidente è Stefania Di Salvo che conquista i tifosi (gli stessi che ora le gridano “vergogna”) con sorrisini e sventolio dei foulard biancorossi, circondata da compiacenti damerini. Pensare che per la presentazione viene concesso improvvidamente il Teatro Galli. La signora e il suo gruppo restano due anni, tempo che serve per lasciare un cantiere aperto alla Gaiofana, massacrare la squadra di punti di penalizzazione e cedere la società a un’altra signora, lady Scarcella. Che si presenta sparando contro Rimini e i suoi tifosi, salvo poi cambiare idea alla prima partita casalinga quando capisce che aria tira. Arriva Di Matteo, se ne va Di Matteo. Finisce il Rimini.

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