Alvisi, un concreto visionario: “Vogliamo portare diecimila persone a vedere il Rimini”

Ci sono persone che il calcio lo vivono. E poi ci sono persone che lo sognano. Massimiliano Alvisi appartiene alla seconda categoria. Sedersi davanti a lui e parlare di Rimini significa entrare dentro una storia che inizia molto prima di un incarico da direttore generale: comincia in curva Est, con il cuore di un tifoso e i gol di bomber Telesio, quando il biancorosso era soprattutto una fede. Da allora sono passati anni, sono arrivate le emozioni fortissime della B, le cadute, le delusioni, la rifondazione e la voglia di ricominciare. Oggi Alvisi, che il 14 ottobre compirà 50 anni, guarda oltre il presente, con gli occhi di chi immagina ciò che ancora non c’è. Un visionario. Però tremendamente concreto. Il suo sogno ha bisogno di una squadra per diventare realtà: il Rimini e la sua gente, perché il futuro biancorosso, prima ancora che sul campo, dovrà nascere dall’abbraccio di una città.

Alvisi, buongiorno. Come va?

«Buongiorno, per il momento direi molto bene».

Prima di parlare del Rimini passato, presente e futuro, ci racconti un po’ di lei. Ma è vero che in gioventù è stato un buon giocatore?

«Buono non lo so, ma ho giocato per tanti anni e mi sono tolto anche le mie soddisfazioni. Ho iniziato nel San Giuliano, che all’epoca si allenava al parco Briolini, il parco in pendenza, come lo chiamavamo noi, poi sono passato alla Sanvis. Quindi Ponte Verucchio, Morciano, Sant’Ermete e Sanvitese. Smisi ma poi ripresi grazie a un gruppo di amici, tutti abbonati del Rimini, con i quali fondammo lo Sporting vincendo la 3a Categoria. Mi tornò talmente tanta voglia di giocare che andai a San Marino, nel Murata. Anzi, tra pochi giorni, il 27 settembre, ricorrono i 20 anni dal successo in Coppa Titano. Battemmo la Libertas 2-1 con un mio gol e uno del Condor Agostini. In quel Murata giocavano anche Scalabrelli in porta e Paco D’Orsi in difesa. Poi ho chiuso la carriera al San Giovanni. Diciamo che ero un calciatore atipico: prima di tutto perché ero mancino e poi perché pensavo da centrocampista, ma ero più lento, e giocavo sulla trequarti».

Visto che siamo in tema di confessioni, lei è uno di quei tifosi nati e cresciuti in curva, esatto?

«Esatto. Ho iniziato a frequentare la curva da ragazzino, erano i tempi di bomber Telesio e fino ai 19 anni sono andato costantemente anche in trasferta. Poi ho iniziato a lavorare e quindi il tempo è diminuito. Ma la curva era la mia fede. Una volta abbiamo fatto anche un’amichevole tra tifosi a Civitanova e se non ricordo male, feci due gol. La curva è uno stile di vita che mi ha aiutato anche nel mio lavoro: aggregazione, sfide e visione».

Lasciamo il Rimini del passato e veniamo a quello presente. Quando è nata l’idea di questo progetto?

«In realtà io con LaMiMama sono sempre stato sponsor del Rimini. Diciamo, però, che il primo embrione è nato circa un anno fa. Ero a Parigi per lavoro, avevo letto delle difficoltà del Rimini e dissi a Giuliano Lanzetti che si poteva lavorare per cercare di salvare almeno il settore giovanile, ma tutti gli amici mi dissero che era un suicidio visti i conti societari. Quell’idea, però, non mi ha mai abbandonato e così quando la società è fallita, ne ho riparlato con Giuliano e, grazie anche all’interessamento di Orfeo Bianchi, ci siamo buttati a capofitto in questa avventura non sapendo se poi si sarebbe concretizzata perché c’era un bando. Quello che posso dire è che abbiamo lavorato dalle 8 alle 21, ininterrottamente, coinvolgendo professionisti importanti in tutti i campi: volevamo arrivare all’apertura delle carte non solo con una proposta, ma con un qualcosa che poi si sarebbe potuto realizzare. Abbiamo messo in piedi tre squadre: una organizzativa, che aveva a capo Marco Mercuri, una tecnica con Pietro Tamai a dirigere le operazioni, una di marketing con me e Lanzetti, il tutto con Orfeo Bianchi come supervisore».

Quando il Comune vi ha consegnato le chiavi, cosa è successo?

«Che le tre squadre hanno iniziato a concretizzare le idee sulla carta con una specifica fondamentale: fare un passo alla volta e mantenere le promesse fatte. Oggi grazie alle competenze di Lombardi, Benedettini, Cocciolo e all’ultimo arrivato Falzetti stiamo realizzando qualcosa di impensabile».

Dica la verità, si aspettava una risposta così da parte della città con 3.600 abbonati?

«Sì, perché so quanto amore ci sia per questi colori. Quando abbiamo lanciato la campagna abbonamenti so che in tanti ci davano dei pazzi, invece abbiamo raggiunto e superato l’obiettivo delle 2.500 tessere. E visto che ci siamo, tranquillizzo anche tutti quelli che aspettano i primi screzi tra i soci. Tra noi c’è massimo rispetto, non siamo sempre d’accordo sulle decisioni da prendere, ma fin qui ha prevalso sempre il bene del Rimini. Vuole sapere un’altra cosa?».

Prego.

«Vogliamo portare diecimila persone allo stadio e creare un settore giovanile all’avanguardia perché solo così è possibile mantenere in vita una società di calcio».

Mi scusi, 10.000 persone allo stadio? In questo Romeo Neri?

«Se le dicessi che a Rimini ci sono imprenditori del settore pronti a dare una mano, ci crederebbe? Le posso assicurare che è così. Ma bisogna cambiare mentalità. Occorre che la gente capisca che solo lavorando insieme, mettendo da parte il proprio ego, si possono raggiungere risultati importanti. Non dimenticando quello che potrà diventare il centro della Gaiofana, non solo la casa del Rimini, ma anche il luogo in cui organizzare eventi internazionali e riportare così il brand Rimini in giro per il mondo».

Abbiamo parlato del Rimini passato e presente: e quello futuro?

«Quello futuro dipende soprattutto dalla risposta della città: se il popolo biancorosso risponderà così come sta facendo, arriveranno nuovi sponsor e con loro nuove possibilità. Ma la specifica è sempre la stessa: fare un passo alla volta in base alle possibilità che abbiamo. Nel frattempo, siamo pronti ad abbracciare due nuovi componenti nel cda (il primo ingresso sarà ufficializzato domani, ndr), ma ci auspichiamo che tante altre persone innamorate del Rimini facciano un passo avanti. Insieme possiamo fare grandi cose».

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