Igor Protti, l’intervista del 2003: “Amo Rimini come una mamma e Livorno come una moglie”

Calcio

Igor Protti ci ha lasciato. Riproponiamo l’intervista concessa al Corriere Romagna il 15 giugno 2003.

Fuori fa un caldo bestiale. Ci saranno 36, 37 gradi. L’appuntamento è per le 14.30. Dobbiamo incontrare uno dei più grandi calciatori riminesi di tutti i tempi: Igor Protti. Passa qualche minuto e nulla. Sta a vedere che è successo qualche cosa, magari si è rotto l’anima di fare interviste. Del resto dopo l’annuncio bomba di pochi giorni fa, sai le telefonate... Ma Igor Protti è un signore, di quelli che vecchio stampo. “Scusate ma ho mio figlio con qualche linea di febbre e poi ho i miei nipotini che recitano all’asilo”. E allora non perdiamo tempo e partiamo subito per il lungo viaggio nell’universo di “Igor il grande”.

La prima domanda è scontata ma d’obbligo: in questi giorni si è letto e sentito molto sul suo ritiro, ma è veramente deciso ad appendere le scarpette al chiodo?

“Sì, dopo più di 20 anni di carriera, di battaglie e di grandi soddisfazioni credo sia giunto il momento di dire basta. Poi, magari, tra due o tre mesi le cose cambieranno, ma adesso questa è la mia decisione”.

Ma non le mancheranno gli allenamenti, il profumo dell’erba appena tagliata, i tifosi che la incitano a gran nome e quel cuoio che ha inseguito e accarezzato per anni?

“Certamente ma uno a una certa età deve prendere delle decisioni. Preferisco lasciare adesso, in un momento professionale di grandi soddisfazioni piuttosto che andare a svernare in altre piazze o in altre categorie. In questi mesi ci ho pensato e devo dire che sabato sera nell’ultima gara giocata, ho provato delle emozioni inimmaginabili. Mentre salgo le scale che mi portavano per l’ultima volta sul prato dell’Ardenza (lo stadio del Livorno, ndr) mi sono venuti i brividi. Avevo quasi freddo nonostante ci fosse un’afa insopportabile. La gola era completamente secca, ho pensato ‘deve essere questa l’emozione dell’addio al calcio’. Quando sono entrato ho guardato la tribuna, c’erano mia mamma venuta da Rimini e con lei mia moglie, i miei bambini, mia sorella col marito e i miei nipotini. Mancava solo mio padre. Lui mi ha lasciato da tempo. Spero solo che prima di chiudere gli occhi abbia potuto, in cuor suo, sentirsi un po’ orgoglioso di quel figlio che quando era bambino era fissato col calcio, andava a letto col pallone, tanto era innamorato di questo sport, e che ha avuto la fortuna ma anche il merito, di fare di una cosa che avrebbe fatto anche gratis, giocare a football, la professione della sua vita”.

Stagione 1983-1984, giugno 2004. Cosa le dicono queste due date?

“Racchiudono tutta la mia vita calcistica. Nella stagione 1983-1984 ho iniziato a muovere i primi passi nel Rimini. Eravamo in C1 e quell’anno se non ricordo male feci appena due presenze ma ero poco più di un bimbo. L’anno successivo sempre C1 e questa volta furono 5 le presenze. Tante da farmi vedere da dal direttore sportivo del Livorno, Galassi, romagnolo come me, che mi prese per due soldi. Gli amaranto erano sempre in C1 ma questa volta feci 25 presenze e segnai anche le prime due reti della mia carriera. Poi sono stato ad Alzano, Messina, Bari, Lazio, Napoli, Reggiana e poi ancora Livorno. Se quando ho cominciato a giocare al pallone, ancor quando ero nella Primavera del Rimini, qualcuno mi avesse detto che avrei fatto quello che ho fatto, che sarei arrivato dove sono arrivato, gli avrei dato del matto”.

Una vita da bomber che regalato 196 reti ufficiali in campionato, più di 200 con le varie Coppe e un traguardo storico di cui nessun attaccante si può fregiare: capocannoniere della serie A, B e C1. Contento?

“E come potrei non esserlo. Al di là delle reti, del fatto di aver vinto in questi ultimi tre campionati la classifica dei marcatori, quello che mi fa più piacere è proprio questo record. Il calcio è un mondo strano e difficile. Tra qualche anno di Igor Protti non si ricorderà più nessuno ma quando si apriranno gli almanacchi e si leggerà questo record, magari allora il bomber riminese tornerà alla mente. Sì, sono felice e orgoglioso”.

Lei ha anche un altro record, questo un pochino più spiacevole...

“Ho capito, si riferisce all’anno 1995-1996: capocannoniere della serie A con 24 reti ma con il Bari retrocesso in B, una cosa che non era mai accaduta. Purtroppo è vero anche se personalmente, di quella stagione, ho un ricordo bellissimo dal punto di vista delle reti”.

Un titolo che la portò alla Lazio ma che non le bastò per una chiamata dall’allora Ct della Nazionale, Arrigo Sacchi per gli Europei in Inghilterra.

“Purtroppo fu proprio così ricorda sinceramente in quella chiamata ci ho sempre sperato ma alla fine non me ne feci un cruccio anche se la maglia Azzurra è sempre stato un obiettivo. E detto fuori dai denti mi dispiacque anche che l’Italia fece quel flop incredibile. Per quanto riguarda la Lazio diciamo che all’inizio ebbi delle incomprensioni con Zeman ma alla fine fu un’esperienza lo stesso esaltante soprattutto quando arrivò Zoff e con quella rete alla Roma che non dimenticherò mai. Alla fine devo dire grazie anche a Sacchi e a Zeman”.

Dica la verità, se tornasse indietro rifarebbe tutto quello che ha fatto?

“Farei più o meno quello che ho fatto, il che non vuol dire che ho fatto sempre la cosa giusta, ma certo ho rispettato il mio modo di essere, il mio carattere sanguigno, la personalità schietta e passionale, tipica dei romagnoli, che per certi versi assomiglia molto a quella dei toscani di Livorno, che poi tanto toscani non sono. Una personalità che forse, dico forse, in certi momenti non mi ha aiutato. Ma non ho recriminazioni da fare. E poi oggi sento dentro il bisogno di chiudere bene, senza rancori con nessuno. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Sono stato anch’io in grandi club, alla Lazio e al Napoli su tutti, sono stato anch’io un pezzo pregiato del calciomercato. E anche se la vita è strana, a volte crudele, perché non sempre rende quel che toglie, io adesso sento grande un grande bisogno di pacificazione”.

Ma lo sa che lei ha “insegnato” a giocare a Roberto Baggio? Il protagonista di questa storia fu Renzo Ulivieri che in un’intervista un giorno disse “a Bologna avevo Andersson, che era stato a Bari insieme a Protti. Facevo vedere a Baggio i movimenti del bomber romagnolo intorno a Kenneth e doveva imparare proprio da lui”. Bello, no?

“Questa non la sapevo ma credo che mister Ulivieri abbia un po’ esagerato nell’occasione. Roberto Baggio è un grandissimo campione che non aveva e non ha, bisogno di insegnamenti da nessuno”.

Voltiamo pagina e parliamo della sua città, della sua Rimini che lei una volta ha paragonato a una mamma.

“Ho detto che l’amore che provo per Rimini è lo stesso che si prova per una mamma mentre Livorno l’amo come una moglie. Quando vuoi rimanere un po’ solo o quando hai voglia di pace torni sempre da tua madre, ecco io torno a Rimini perchè mi trovo a meraviglia. Quando giocavo (e giù una risata, ndr) venire a Rimini era come staccare la spina, anche se...”

Anche se...

“Anche se il calcio era impossibile da accantonare. Sentivo i commenti dei tifosi sul Rimini calcio, mi fermavano per la strada. In questi anni ho raccolto commenti amarissimi su questa C1 che non voleva arrivare”.

Come voleva... allora lei è già sicuro di come andrà questo pomeriggio al Neri...

“Beh, credo che dopo l’1-0 dell’andata il Rimini abbia già un bel piede in C1 anche se so per esperienza che i play off sono sempre una lotteria. Quello che è certo è che domani (oggi, ndr) sarò allo stadio per incitare la mia squadra, quella a cui sarò sempre legato perchè mi ha lanciato regalandomi la possibilità di vivere una vita tranquilla e serena insieme a mia moglie e ai miei due bambini”.

Non è che magari se il Rimini salisse di categoria...

“No, ripeto ho deciso di smettere e smetterò anche se in questi ultimi giorni ho ricevuto proposte da alcune squadre di serie A e dall’estero. Però una cosa la posso dire. Tre mesi fa quando ero ancora indeciso sul da farsi questa opportunità non l’avevo scartata, mi avrebbe fatto piacere chiudere la carriera dove l’avevo iniziata. Ma le cose sono andate diversamente. Cosa farò adesso? Mi riposerò, anzi adesso devo scappare perchè i miei nipotini mi stanno aspettando. E comunque Forza Rimini”.

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