Martedì sera, a due giorni dal debutto casalingo contro la Sampdoria, sulle pagine social del Cesena è stato pubblicato uno splendido video dal titolo abbastanza scontato ma tremendamente efficace: “Alino’s vibes”. Dura poco più di un minuto e riassume alla perfezione la partita “giocata” da Alessandro Diamanti domenica sera al debutto, ma allo stesso tempo assomiglia a una improbabile guida animata per chi volesse provare alcune specialità dell’atletica leggera: in una sessantina di secondi ci sono il salto in alto (al gol di Shpendi), il salto triplo (dopo un fischio non gradito di Sacchi), il salto in lungo (dopo un altro episodio controverso non specificato per sfuggire al quarto ufficiale) e i 60 metri piani (vedi sopra ma in direzione opposta), mentre ci sarebbero potuti essere anche il lancio del peso (una bottiglietta di plastica tra le mani ha rischiato almeno due volte di essere scagliata via) e soprattutto i 100 metri finali, soltanto accennati da Diamanti quando la perfetta punizione di Schirone raggiunge la testa di Frabotta e la palla del 2-1 sfiora il palo a Vindahl battuto. Sarebbe stata l’apoteosi, che avrebbe messo a dura prova anche la muscolatura e l’apparato coronarico del tecnico di Prato.
Ma il Bignami contiene anche tanto altro, come alcuni consigli ai calciatori, una carezza ad un collaboratore (Agliardi) e soprattutto una chiamata alle armi rivolta prima alla curva Mare e poi addirittura alla tribuna numerata, in piena trance agonistica: «In quel momento – aveva ricordato il tecnico del Cesena in sala stampa – avevamo bisogno di un volume più alto». E lo stadio ha risposto. Al netto della partita e del risultato, il punto (non quello messo in classifica) è proprio questo: in 90’ Alino ha spinto il tasto play e ha riacceso il popolo del Manuzzi, che tre mesi e mezzo fa se n’era tornato a casa spento, svuotato, rassegnato, quasi inerme di fronte a un allenatore e a una squadra che non lo emozionavano più. La strada è ancora lunga e tremendamente tortuosa, con trappole disseminate ad ogni curva, ma intanto c’è uno stadio che non ha riacceso soltanto le luci, ma anche il volume. L’Orogel Stadium continua a non assistere a una vittoria da più di 5 mesi e, nell’anno solare 2026, ne ha viste complessivamente soltanto due: Cesena-Pescara 2-0 e Cesena-Catanzaro 3-1. La prima venne derubricata con un classico “massimo risultato con il minimo sforzo”, mentre per la seconda (indiscutibilmente più divertente) servirono alcuni effetti speciali mai più visti e una parola di quattro lettere che comincia per “c” e che è un sinonimo più crudo di fortuna. Prima e dopo, il Manuzzi ha assistito a partite senza storia durate al massimo una ventina di minuti (Cesena-Venezia) o neppure cominciate (Cesena-Monza), a gare maledette (Cesena-Bari e Cesena-Spezia) o tremendamente noiose (Cesena-Sudtirol e Cesena-Sampdoria), fino all’indecente sigla di chiusura contro il Padova, quando uno stadio ormai sfinito si è lasciato andare solo nel finale con un concerto di fischi che, da altre parti, sarebbe stato ben diverso. Domenica scorsa la musica è stata diversa e il merito non può essere stato certo dell’estate o dell’attesa: il mercato non ha appassionato nessuno e figuriamoci i prezzi dei biglietti. La musica è stata diversa perché il popolo del Manuzzi ha ritrovato in panchina un tipo di allenatore che ha sempre apprezzato e che non vedeva l’ora di rivedere dopo gli ultimi mesi dello scorso campionato, nei quali si sono dati il cambio un ottimo tecnico ormai sfiduciato (Mignani) e un aspirante allenatore planato da un altro pianeta (Cole). In 90 minuti Diamanti ha cancellato la “depressione” e ora avrà il compito di non abbassare più il volume.
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