L’appuntamento con Mike Melby era stato fissato alle 10 di mattina del 3 gennaio 2026, all’Alta Coffee di Newport Beach, California. L’accordo era che Melby avrebbe risposto a tutte le domande del Corriere Romagna, ma senza virgolettati, e che la pubblicazione del reportage sarebbe avvenuta solo se il cda lo avesse nominato presidente: ora, con l’insediamento di Michael J. DeLuca Melby al timone del Cesena, la chiacchierata può essere pubblicata.
Reportage: A Newport Beach per conoscere il nuovo presidente del Cesena Mike Melby
Verso Newport Beach
Per arrivare a Newport Beach da Los Angeles serve un’oretta di auto, lungo la Interstate 405 (a comode sei corsie di marcia) che porta a San Diego. Se il nome non vi sembra nuovo, è perché più o meno una ventina d’anni fa a Newport Beach era ambientata una delle serie tv più in voga tra gli adolescenti: “The O.C.”, dove le due lettere stanno per Orange County, la contea di Orange. È in questo scampolo di California celebre, ricchissimo, e politicamente controcorrente (la California è molto democratica, la contea saldamente repubblicana), che vengono reperite le risorse e prese le decisioni di cui necessita il Cesena Fc. Ed è all’Alta Coffee di Newport Beach che è stato organizzato l’incontro con Mike Melby.
A cavallo di una bicicletta blu
Dimenticate per un attimo il sole del Pacifico, la brezza e le decappottabili. Anche in California, ai primi di gennaio fa abbastanza freddo, il cielo è grigio e non promette nulla di buono. L’Alta Coffee è preso d’assalto da giovani in maglietta universitaria (Ucla, Stanford, Pepperdine) e infradito che sbranano French toast da 18 dollari. Mike Melby arriva a cavallo della sua bicicletta blu, occhiali da sole, maglietta bianca. Vengono portati due frullati (si dice ancora frullati?) di un colore viola intenso, scambio di convenevoli, poi inizia un viaggio che parte dalla California e arriva in Romagna, attraversando i confini della finanza, della tecnologia e dello sport.
Caserta, California, Romagna
Mike Melby è un californiano di origini italiane. California in questo caso non è solo una terra, ma un modo di pensare, di essere, di vivere. C’è un approccio meno conflittuale alle cose, infuso di una pretesa di libertà che da europei fatichiamo a capire. Le origini campane di Melby (cognome materno DeLuca, radici vicino Caserta) si fondono in un contesto, quello californiano, unico al mondo. Non c’è zona del globo con più alta concentrazione di capitali disponibili e di tecnologia. E allo stesso tempo, è un lembo di mondo abituato a non subire interferenze e a decidere del proprio destino senza che altri (il governo, le autorità, le istituzioni) mettano becco. Washington è lontana, l’Europa remota. È una terra, la California, che prova e riprova, spesso fallisce e riparte, brucia soldi e ne genera, che nello spazio di due generazioni ha prodotto macchine da sogni (Hollywood, la contro-cultura hippie) e da controllo (i social media, l’intelligenza artificiale).
Il risultato è che chi fa affari in California è portato a pensare globale. Ma nel caso di Melby, quel che viene fuori è il tentativo di connettere questa rete globale con delle realtà locali. Cesena, appunto. Con l’obiettivo dichiarato di infondere risorse e pensieri freschi in un club di calcio simbolo di una comunità da sempre abituata a guardare con sospetto ciò che avviene al di là delle colonne d’Ercole di Capocolle e Calisese.
Il modello? Il Lecce
Il ragionamento di Melby è questo. Un club sportivo deve essere sostenibile perché non è possibile bruciare milioni e accumulare debiti anno dopo anno. Ma la sostenibilità non può dipendere dai risultati, dai diritti tv ballerini, da entrate variabili quali stadio e merchandising. Quindi resta il player trading, ossia formare giocatori (o comprarli a poco) e rivenderli a molto. L’esempio che porta Melby è il lavoro del Lecce, che scova talenti e li piazza sui mercati più ricchi, com’è avvenuto con Dorgu al Manchester United. Ma per questo, un club da solo non può bastare. Ecco dove la strategia di Melby fonde globale e locale: il futuro del calcio è un network di società federate in cui la libera circolazione dei talenti permette di aumentare le potenzialità di valorizzare e vendere giocatori, e così facendo rendere il club sostenibile.
Cantera & operazioni-Blesa
Obiezione, vostro onore. Non è che così facendo si rischia di annacquare l’identità di una squadra, che nel caso del Cesena è alla base delle fortune sportive? Melby indica la strada da seguire: un mix di veterani, canterani e stranieri. Anzi, ne vorrebbe di più: più canterani che dalla Primavera salgono stabilmente in prima squadra, e più operazioni in stile Blesa, cioè scommesse di talenti pescati in qualche angolo remoto del mondo a zero e poi rivenduti a un prezzo interessante. Il tutto shakerato con un uso massiccio dei dati: quasi ovvio, per un manager che negli ultimi 15 anni non ha fatto altro che creare e vendere startup tecnologiche legate allo sport e al fitness, e che crede fermamente nel valore dei big data per trovare talenti (se avete visto il film Moneyball, con Brad Pitt che interpreta il dirigente degli Oakland Athletics Billy Beane, che per primo applicò il digitale al baseball, ormai 25 anni fa, sapete di cosa si stia parlando; se non l’avete visto, recuperatelo).
Cesena a lungo termine
Fin qui, la strategia. Ma poi c’è anche altro. E cioè la scintilla che fa scattare qualcosa in questo californiano ambizioso e schivo, che non ama i social e detesta l’esposizione, che fa la spola tra Newport Beach, il Brasile, dove è nata la moglie Caroline, e l’Italia. La stessa scintilla che lo porta a puntare la sveglia alle 5.45 del mattino quando gioca il Cesena, che lo porta a mostrare orgoglioso foto e video del figlio maggiore, 8 anni, che gioca a calcio con la maglia del Cavalluccio (e che tratta la palla meglio di diversi giocatori visti al Manuzzi negli ultimi tempi). È, questa scintilla, qualcosa di inspiegabile, che a Cesena si conosce bene ma che evidentemente è contagiosa, e che propizia due volontà. La prima: investire nel Cesena a lungo termine. La seconda: andare in Serie A, e nemmeno troppo tardi. A questo punto i frullati viola sono quasi finiti e chi scrive, vinto dall’assuefazione, sarebbe tentato di ordinarne altri due o tre. Ma c’è un ultimo punto da chiarire.
Spesso, negli ultimi anni, a Cesena si è lamentata l’assenza della proprietà. In parte era nelle cose: una piazza abituata per i suoi primi 80 anni di vita a incontrare presidenti e dirigenti al bar sotto casa, non poteva che soffrire la distanza. In parte è anche una scelta precisa di chi, come Melby, preferisce tenersi alla larga dai riflettori, parlare nulla, e produrre fatti.
Non mi vedete ma ci sono
È qui che chiede uno sforzo alla gente di Cesena: il suo non essere fisicamente presente non significa non esserlo mentalmente e le prove che esibisce sono le iniezioni di capitali nel corso degli ultimi anni, oltre che la ricerca di profili validi non solo come uomini di calcio ma soprattutto come persone.
La chiacchierata volge al termine. Melby inforca la bicicletta e torna verso casa. Avrà altre telefonate da fare e altri investitori da convincere. All’Alta Coffee una comitiva di teenager parla di quale college frequentare, mentre il cielo sembra schiarirsi appena. La strada che attende il Cesena è affascinante e complicata: un salto definitivo nel calcio del terzo millennio, fatto di tecnologia massiccia, capitali internazionali, costante ricerca del talento. Newport Beach è ormai in piena attività, con fiumi di auto alla ricerca di parcheggi in centro che non ci sono. Controllo la mia ricevuta: due ore di sosta per sette dollari. Cesena è già più vicina.