Riproponiamo un estratto dell’intervista che Davide Veglia rilasciò al Corriere Romagna il 20 dicembre 2019
Quando tanti anni fa Zucchero Fornaciari cantava “Nuove distanze ci riavvicineranno”, magari non pensava ai soci di un club calcistico, resta il fatto che quando Davide Veglia sbarca in Italia, i giocatori del Cesena sono i primi ad accorgersene. Nel maggio scorso regalò a tutti una bicicletta elettrica come premio-promozione, quest’anno ha omaggiato squadra e staff con un orologio a testa (40 in totale). Davide Veglia da Miami è l’anima esotica del gruppo di soci del Cesena Fc e a volte un osservatore esterno vede meglio tante cose e soprattutto aiuta tutti noi a sprovincializzarci, a capire che il mondo del calcio non va dal casello di Cesena Nord a quello di Cesena Sud, ma può essere un filino più vasto.
Veglia, come è nata la sua passione per il calcio?
«La mia società Abts organizza eventi e congressi in campo prevalentemente medico e la sport division di Abts è costituita dalla Brazilian Soccer Training Center, un club di calcio giovanile che dirigo, insieme al mio socio Joao Moraes, a Miami. Joao è un ex giocatore brasiliano che giocava ai tempi di Toninho Cerezo, un eccellente maestro per i ragazzi».
Da quando è diventato socio del Cesena, lei ha sempre detto che il suo obiettivo era creare un interscambio di giovani giocatori tra Usa e Italia.
«Sì, viaggiare e conoscere nuove realtà è una esperienza preziosa. Negli scorsi anni ho portato i ragazzini della Brazilian Soccer per due volte e Cesena (ai maxi-tornei di Martorano, ndr), a Genova e a Madeira. Credo tantissimo nell’interscambio sportivo e culturale, sono esperienze che rimangono per tutta una vita e a Miami ora c’è un grande fermento nel calcio».
La Brazilian Soccer ha un suo centro sportivo di proprietà?
«Sì, con due campi all’aperto e una nuova struttura indoor con tre campi da futsal. In più vogliamo espanderci con una nuova palestra griffata Technogym, con cui ho già preso contatti. Grazie a mio figlio, abbiamo allacciato rapporti con la selezione Under 20 Usa e il nostro centro punta a diventare un punto di riferimento di eccellenza per i giovani calciatori americani».
Passiamo alla prima squadra del Cesena: quante partite ha visto?
«Dal vivo quattro, via internet quasi tutte, anche se all’inizio è stata dura».
Perché?
«Per problemi di diritti tv, le prime gare su Eleven Sport riuscivo a vederle solo in auto, dal monitor della mia Tesla. Però era bello lo stesso, il tifo del Manuzzi si sentiva anche da lì».
Da tifoso, è soddisfatto del girone d’andata?
«No, da tifoso io vorrei sempre di più. Penso sia normale».
Cosa augura al Cesena per il prossimo anno?
«Il 20 dicembre 2020 vorrei parlare di un club che è salito a un livello superiore: o reinvestendo, o invitando imprenditori da fuori, italiani o anche esteri, oppure coinvolgendo altre forze del territorio».
Il Cesena ha aperto a soci non paritari: lei sarebbe disposto ad aumentare il suo impegno in società?
«Certo che sì. Però dire semplicemente sì non rende l’idea».
In che senso?
«Facciamo un’ipotesi che, visto il soggetto, spero non accada mai: arriva Donald Trump e investe 20 milioni nel Cesena. Ecco, io vorrei restare comunque, vorrei sentirmi ancora parte del progetto e sapete perché?».
Prego...
«Perché da imprenditore appassionato di calcio, entrare nel Cesena è stata la cosa più bella che abbia fatto nella mia vita».