Dopo il pareggio di una settimana fa con la Sampdoria, arrivato al termine di una prova deludente, la proprietà (compresa la folta corte dei miracoli al seguito) e Cole erano andati a cena in un ristorante in piazza Amendola. Lì tutti gli americani avevano esaltato il tecnico, il quale, forte della legittimazione ricevuta, aveva ribadito la sua idea di calcio, spiegato ai presenti che se non è ancora visto il Cesena che ha in testa è perché non ha giocatori adatti al 4-2-3-1 e indicato in Cherubini della Sampdoria un esterno da prendere senza meno. Ora, se al posto di Cole a guidare il Cesena dal Mantova alla Sampdoria ci fosse stato Mignani, probabilmente quella sarebbe stata l’ultima cena, di sicuro gli altri 17 commensali avrebbero fatto a gara per essere i primi a lanciare la famosa pietra.
Il Cesena non segna e non produce palle-gol, però il calcio di Cole risulta offensivo
Cesena chiede altro
Però Cole... è Cole. Va oltre l’idea di allenatore. Cole, nell’immaginario della proprietà Usa, è un passepartout per poter entrare in mercati non ancora battuti e per riuscire a far diventare il Cesena un brand internazionale. Ma ciò di cui ha bisogno il Cesena Football Club, che è il cuore di tutto e del quale gli americani sono solo i custodi (come vanno dicendo da sempre e come è doveroso ricordare loro in questo momento), è altro. Cesena ama la semplicità e la chiarezza: vuole sapere chi sia il capo di tutto (Melby o Aiello?) perché è quello contro cui sacramentare se le cose non vanno bene; ha bisogno di sentirsi dire che ci sono soldi per un dignitoso futuro; avrebbe piacere di conoscere i progetti reali perché di quelli sulla carta non se ne fa nulla. Cesena è territorio, e guai provare a sradicarlo; è tradizione, che accetta la novità a patto che nessuno calpesti ciò che è stato fatto finora; è passione, perché la squadra non è solo undici persone che danno calci al pallone è un popolo intero, la Patria Romagna; è competenza, in quanto qui il calcio ad alti livelli lo si vive ogni giorno da più di mezzo secolo, nessuno ha l’anello al naso e quasi tutti impiegano poco a capire se un calciatore è buono oppure no, se un allenatore è capace o non lo è.
Calcio offensivo e calcio che offende
Ecco, Cole in questo mese e mezzo ha fatto vedere qualche qualità e tantissime lacune. Intanto è stato un azzardo farlo salire in corsa in un campionato che non conosceva, con giocatori di cui fino a una settimana prima non aveva mai sentito neppure il nome e senza il supporto di un direttore sportivo in grado di indirizzarlo, istruirlo e consigliarlo. Quindi c’è la questione della lingua. Ma di tutto ciò non si possono imputare colpe a Cole... Per il tecnico inglese è il campo che parla. Presentandosi, Cole parlò di mentalità da cambiare, di maggiore aggressività, di grande intensità, di Cesena più offensivo perché “non posso mettere cinque difensori e aspettare che siano le altre squadre a fare il loro gioco”. Fin qui se il Cesena è stato offensivo, lo è stato per i propri tifosi. E’ offensivo assistere a prestazioni come quelle fornite a Castellammare, con la Sampdoria o a Carrara, dove nell’ultima mezz’ora a difendere lo 0-0 erano in nove e non solo in cinque; è offensivo non esultare per un gol da 433 minuti e vivere con mezzo tiro a partita quando nell’era Mignani il Cesena era la squadra, dopo il Venezia, che produceva più occasioni per segnare; è offensivo continuare a seguire una squadra schierata con un sistema di gioco che fa a pugni con i calciatori presenti in rosa. Quella di Cole è ostinazione, rigidità, rifiuto di adattarsi a ciò che ha a disposizione. Un allenatore, per diventare bravo, deve sapere fondere la propria idea con il materiale umano che possiede. In particolare quando entra in corsa. Visto che lo stesso Cole ha ammesso con la proprietà di non avere gli interpreti giusti per il 4-2-3-1 perché insistere con questo sistema? E’ chiaro a tutti come non abbia esterni d’attacco (Ciervo è un quinto, che l’uomo lo salta solo correndo sul lungo e non con la tecnica, quindi non può giocare là davanti; Olivieri e Shpendi sono attaccanti centrali e non esterni) e abbia un centrocampo costruito per giocare a tre, con il solo Francesconi, ostracizzato in modo inspiegabile da Cole, perfettamente adattabile a giocare a due per fisicità, energia, impatto e letture difensive.
Situazione potenzialmente rischiosa
La fortuna di Cole e della proprietà americana sono i 40 punti (in 30 giornate) ottenuti dal Cesena con Mignani. Un bottino che ha di fatto garantito la salvezza e che ha permesso a Cole di poter sbagliare. Ma adesso più che al giro di giostra nei play-off è al futuro che si deve volgere lo sguardo. Non avendo, per l’acquisto di calciatori, i milioni di euro che sogna Cole ma solo spiccioli, è da questa estate in poi che non andranno commessi errori. La scelta di affiancare un direttore sportivo senza alcuna esperienza come Floccari a un allenatore con 8 panchine alle spalle e con poca elasticità potrebbe quindi creare qualcosa di esplosivo. Aggettivo, come l’offensivo di cui sopra, da leggere nella sua accezione negativa: rischioso se non addirittura sconvolgente.
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