Il Cesena alla scoperta di Gelli: “Giocare in Serie D e girare tutta l’Italia mi ha fatto bene”

A Jacopo Gelli, per cambiare status, sono bastate 72 ore. Giovedì 20 agosto, quando il Cesena lo ha acquistato in prestito dal Frosinone, era per tutti “quello alto”, con i suoi 197 centimetri che evidentemente non erano passati inosservati 5 mesi prima nella sfida pareggiata contro il Frosinone. Tre giorni dopo, ovvero domenica 23 agosto, Gelli è diventato “quello bravo”. In campo con appena un paio di allenamenti nelle gambe, il difensore centrale di Firenze si è diviso le chiavi della difesa con Mihajlo Ilic e ha inaugurato un mese con pochi spifferi e tanti applausi.

Gelli, dica la verità: si aspettava di cominciare così bene la sua avventura a Cesena?

«Sono arrivato in un momento di emergenza, con Mangraviti e Piacentini indisponibili. C’era bisogno subito e in questo senso sono stato anche un po’ fortunato, ma non mi sarei mai aspettato di cominciare così. Sono contento, anche se non pienamente, perché mi brucia non aver ancora chiuso una partita senza prendere gol».

Quattro mesi fa lei festeggiava la promozione in A con il Frosinone. Poi che estate ha vissuto?

«Inizialmente volevano tenermi in rosa ed io ero felicissimo, poi sono cambiate un po’ di cose a livello societario e sono uscito dal progetto. Mi è dispiaciuto, perché la Serie A non passa tutti i giorni, ma ho subito capito di poter cogliere un’opportunità nuova. Avevo la chance di giocare maggiormente in B, di affermarmi e di confermarmi e così, quando il Cesena ha chiamato, ho impiegato meno di un minuto per dire sì e accettare la proposta».

Lei è arrivato a 3 giorni dal debutto in campionato ed è sceso in campo dopo un paio di allenamenti. E’ stato facile inserirsi?

«Sì. Tra video e allenamenti in campo mi hanno spiegato tutto in pochi giorni, ma ho capito velocemente le idee di Diamanti e dello staff».

Conosceva Ilic?

«No, sapevo che era stato preso dal Bologna perché me ne aveva parlato Raimondo (il centravanti ravennate è di proprietà del club felsineo come Ilic, ndr). Mihajlo è molto bravo, sa ascoltare e farsi ascoltare. La lingua non è un problema: ci parliamo in inglese e ci capiamo al volo. La cosa che mi ha stupito di più è la calma con cui gioca. Non sente mai la pressione della partita e riesce a trasmettere tranquillità anche a me».

Lei è nato a Firenze ed è cresciuto nel settore giovanile della Fiorentina. Che esperienza è stata?

«Ho indossato per la prima volta la maglia viola a 8-9 anni e sono arrivato fino alla Primavera. E’ stata un’esperienza bellissima, che mi ha fatto crescere tantissimo e che mi ha permesso di giocare per la mia squadra del cuore, in uno dei migliori settori giovanili d’Italia. Ho giocato con tanti calciatori forti, a cominciare da Vlahovic. Anzi, diciamo che lui giocava e io lo guardavo e al massimo lo andavo ad abbracciare quando segnava. I due miei migliori amici con i quali sono uscito dalla Fiorentina sono i gemelli Pierozzi. So che il grande Edo ha fatto la storia qua. Quando ha saputo che andavo a Cesena, mi ha detto: “Vai in un posto incredibile, goditela perché ti piacerà”. Tra una settimana ci rivedremo a Benevento e non vedo l’ora di riabbracciarlo».

Dopo essere uscito dal settore giovanile della Fiorentina, ha girato tutta l’Italia giocando in Serie D, in Serie C e poi in Serie B. Quanto è stato importante ripartire dal basso?

«Tantissimo. L’aspetto che mi ha aiutato di più è stata la costanza con cui ho affrontato il percorso. E di questo devo ringraziare i miei genitori. Mi hanno sempre detto: “Se sei felice, vai a giocare e divertiti”. Ecco, io mi sono sempre divertito in tutti i posti in cui sono stato. La gavetta è stata fondamentale. Partire a 19 anni, uscire da una Primavera forte, a un passo dalla A, e trovarti in Serie D non è facile, ma ti aiuta a capire che devi fare qualcosa in più sempre. La Serie D è stata fondamentale, ho conosciuto giocatori di grande esperienza che mi hanno insegnato tanto. Poi ho girato tutta l’Italia: ho ammirato città e culture diverse, cercando di imparare tutto non solo dentro, ma anche fuori dal campo».

L’esperienza più bella qual è stata?

«Paradossalmente a Messina. Sono stato davvero bene, ho sentito tantissima fiducia, sia dall’ambiente che dall’allenatore Banchieri. Ho vissuto sei mesi incredibili, anche se eravamo abbandonati a noi stessi e sul campo non siamo riusciti a salvarci».

La scorsa estate è tornato a Frosinone. Che avventura è stata?

«In uno dei primi giorni di ritiro, Alvini si è presentato con un pezzo di carta e con i giornali e ci ha detto: “Nessuno ci conosce e nessuno ci considera, come vedete il Frosinone non è da nessuna parte”. Siamo partiti a fari spenti, ma abbiamo trovato subito un’identità, che è stata determinante. Ogni settimana avevo sempre la sicurezza che, al sabato o alla domenica, non ci avrebbe mai battuto nessuno e infatti abbiamo perso pochissime partite. Sono contento di aver ritrovato Fiori: un anno fa, a gennaio, ebbe un impatto incredibile presentandosi a Chiavari con un gol spettacolare».

Ce l’ha un punto di riferimento o un modello da seguire?

«Sarebbe troppo facile dire Sergio Ramos e Van Dijk, ma nel mio percorso ho trovato tanti esempi nelle categorie minori. Cito Sabatino, che era il mio capitano a Trapani, ma anche Colombini e Panelli, altri due esempi incredibili. Ma davanti a tutti metto Crimi e Cocco, che a Cesena conoscete: Andrea l’ho conosciuto all’Albinoleffe e l’ho ritrovato a Trapani, mentre Crimi era con me a Trapani e poi mi ha fatto rinascere quando ci siamo ritrovati a Messina».

Come si trova con Diamanti?

«Con lui capisci che nel calcio contano anche lo spirito e il sorriso. Ci dice sempre che noi dobbiamo trascinare loro, riferendosi ai tifosi, e che dobbiamo giocare per divertirci e per far divertire. E’ un esempio per tutti».

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