Di Taranto: “Lascio un Cesena che sa dove andare, sui giovani dovevamo rischiare di più”

Il Cesena e Corrado Di Taranto si sono detti ufficialmente addio ieri, anche se l’ormai ex direttore generale bianconero aveva già preparato la valigia da un mese. Lunedì diventerà il nuovo amministratore delegato del Padova e sabato 19 dicembre sfiderà per la prima volta il Cavalluccio all’Euganeo. Ma prima di pensare al futuro e alla nuova avventura, Di Taranto riavvolge il film della sua esperienza in Romagna.

Direttore, qual è il suo bilancio di questi 30 mesi in bianconero?

«Se mi dovessi dare un voto, mi darei un 8 e spiego il motivo. In questi due anni abbiamo portato in Serie B un’identità, lo spirito della Romagna e anche di Cesena. Dal punto di vista squisitamente sportivo abbiamo disputato i play-off e mantenuto un livello complessivamente alto nella seconda stagione, al netto del brutto finale, senza mai rischiare nemmeno per un minuto di retrocedere. E anche quest’anno devo dire che siamo partiti bene. Allargando lo sguardo, abbiamo creato una splendida hospitality e una vasta rete di partner, mantenendo ottimi rapporti con l’amministrazione comunale. Insomma, penso di lasciare una buona eredità a Sandro Mencucci».

Un capitolo a parte lo merita il calcio integrato.

«Sì, ne voglio parlare a parte perché è stata un’esperienza meravigliosa. Mi ha permesso di conoscere ragazzi e famiglie che mi hanno dato una carica incredibile per portare avanti il progetto assieme ad Amadori. Grazie anche al calcio integrato, quest’anno c’è stato l’arrivo di Amadori come main sponsor. E’ stata la ciliegina sulla torta».

Nell’estate 2024, quando lei ha firmato il suo primo biennale con il Cesena, che club aveva trovato?

«Innanzitutto un club che viveva e si nutriva dell’entusiasmo della promozione, ma anche un club un po’ impaurito per il salto in B, che per tanti era un mondo nuovo. Nei 30 mesi, questo club lo abbiamo strutturato. Tante persone sono cresciute e oggi sono molto più forti ed esperte rispetto a due anni e mezzo fa. E anche come brand siamo molto cresciuti. Vedendo dall’esterno, oggi Cesena è una realtà conosciuta e riconosciuta, con connotati particolari».

Rispetto all’estate 2024, in cosa si è rinforzata la società?

«Nella consapevolezza che si possono fare tante cose buone e importanti anche con mezzi abbastanza limitati o normali. L’importante è avere le persone giuste al posto giusto. A Cesena ci sono le persone giuste al posto giusto».

Oggi il Cesena è più solido a livello societario?

«Sì. La proprietà ha investito quasi 30 milioni di euro in 4 anni. Oggi è più forte e sa dove deve andare. Purtroppo i costi sono sempre elevati e il Cesena dovrà cercare sempre di più quella famosa sostenibilità di cui tutti parlano, ma che deve essere sempre unita a un investimento. Non puoi essere sostenibile se non investi sul tuo miglior asset, che sono i calciatori».

Qual è la soddisfazione più grande che si è tolto?

«Essere riuscito a scegliere le persone giuste nei momenti giusti. Faccio qualche nome: Lorenzo Marchetti, Filippo Fusco, Andrea Mancini e Alessandro Diamanti».

Qual è stato il momento più difficile della sua avventura?

«Sportivamente ne scelgo due: la sconfitta di Carrara durante le feste, alla fine dell’anno solare 2024. Quel giorno sono cominciati i primi scricchiolii con Mignani. E l’altro quando ho esonerato Mignani. Non per l’esonero, ma per la tempistica dell’esonero».

C’è una scelta che non rifarebbe?

«Sì, cercherei di convincere la società a tenere Mignani, obbligando però il tecnico a far giocare i nostri giovani fino a fine stagione, indipendentemente dal risultato finale».

A proposito, come mai oggi non ci sono più giovani in prima squadra provenienti da una Primavera che nelle ultime due stagioni si è ben comportata?

«Sulla prima parte del primo anno reputo che, in questo senso, non siano stati commessi errori. Noi siamo arrivati in B con cinque giovani di proprietà al debutto: non sapevamo come sarebbero andati i vari Berti, Shpendi e Francesconi. Che invece hanno dimostrato di essere determinanti anche in B. La seconda stagione è meno giustificabile: abbiamo perso le annate 2005 e 2006 a volte per troppa prudenza, a volte per paura. Avremmo potuto e dovuto rischiare di più».

Come mai ha scelto di andarsene a inizio stagione, pur avendo un contratto fino al 2028 rinnovato pochi mesi fa?

«E’ stata solo una questione di opportunità, una scelta personale e basta. Avevo già rifiutato altre proposte in passato, ma stavolta ci ho pensato, anche perché mi avvicino a casa e il Padova aveva bisogno di un amministratore delegato. Se fosse stato un ruolo diverso, avrei potuto aspettare e restare a Cesena. Sono contento di salutare il Cesena in un momento comunque positivo per la squadra. Non lascio una nave che affonda, ma una nave che funziona, sul cui ponte di comando ci sono persone giuste al posto giusto. Mancini e Diamanti sono due scommesse vinte e Mencucci è la persona ideale per questo club. Con Sandro c’è una stima reciproca. L’ho consigliato anche io dopo aver comunicato alla proprietà la decisione di andare via. E’ l’uomo giusto per esperienza e anche per valori morali. Lascio il Cesena in ottime mani».

Cos’ha Cesena di diverso dagli altri club in cui ha lavorato?

«Ha saputo accogliermi come nessuno mai aveva fatto. I risultati mi hanno aiutato, perché non abbiamo mai rischiato di retrocedere, ma non ho mai avuto un problema e ho ricevuto solo tanto supporto. E poi c’è il calore dello stadio. Come ha detto qualche mio predecessore, al Manuzzi c’è un ambiente magico che ti coinvolge. Sarà dura incontrare il Cesena da avversario».

La faticosissima iscrizione a questo campionato ha rappresentato il momento più delicato? Ha avuto paura di non farcela?

«Paura non è la parola giusta. C’è stato un po’ di rammarico sull’aver messo in dubbio la continuità di una società così importante. Mi ha dato fastidio che qualcuno potesse pensare che ci fossero problemi gravi che in realtà non ci sono mai stati».

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