Se i rinforzi di gennaio si incastreranno bene nel meccanismo creato ad arte nei mesi estivi, se diventeranno funzionali ed efficaci lo dirà il tempo. Ciò che il mese dedicato al calciomercato di riparazione ha già detto, o meglio, ha già creato è stato un allontanamento tra l’area tecnica e la proprietà del Cesena. Il direttore sportivo Filippo Fusco è in scadenza al 30 giugno e al momento non sembra avere intenzione di estendere il proprio contratto. Non è una questione di soldi. Né di stipendio, tantomeno di budget. E’ questione di “visione”, di “chiarezza” e di “fiducia”. Tre sostantivi che, se si provano a fondere insieme, danno come risultato la mancanza di un progetto (vero, solido e condiviso) su cui lavorare a medio/lungo termine.
Per convincere Fusco a rimanere a Cesena, la proprietà nelle prossime settimane dovrà mettere sul piatto non denaro ma proposte ed idee, sopra le quali provare a lavorare insieme; dovrà ricucire quel rapporto di fiducia che tra i “no” e i rinvii di gennaio hanno fatto allontanare le due parti, neppure fossero poli simili; dovrà soprattutto mettersi ad un tavolo con il direttore sportivo, guardandolo negli occhi e non solo attraverso un device (computer, tablet o cellulare che sia...).
Fusco merita questo per ciò che ha fatto finora: non tanto e non solo per i risultati, quanto per la progettualità messa in campo e la fedeltà dimostrata. Progettualità perché in questi sei mesi e mezzo ha fatto di tutto per valorizzare il patrimonio societario che ha contribuito a creare (1,8 milioni di plusvalenza con sei mesi di valorizzazione di Blesa, i cartellini di Magni e Guidi presi a costo zero e ora già quotati); ma anche perché ora prima squadra e Primavera dialogano molto più di quanto registrato in passato. Fedeltà in quanto ha accettato di mettersi in gioco con una squadra che era arrivata al 6° posto per punti (7° posto per classifica avulsa) grazie ad un budget esagerato e ha accettato di farlo pur sapendo di dover lavorare in un regime di spending review che lo ha obbligato a tagliare del 20 per cento il costo totale del lavoro (non si direbbe visti i 7 punti in più di un anno fa dopo 24 giornate, 37 a 30); perché è riuscito prima ad avvicinare, poi ad attrarre, infine a portare in bianconero calciatori di prima fascia non grazie ai soldi, ma mostrando agli atleti la passione di un popolo, la bellezza dello stadio, la qualità della vita in Romagna e alimentando così la loro voglia di Cesena.
I tanti, troppi equivoci di gennaio se fatti sedimentare rischiano di creare scogli insormontabili. Occorre quindi intervenire in fretta. Il direttore generale Di Taranto è già al lavoro per ricucire. Ma anche lui è in scadenza (e stesso discorso vale pure per il tecnico Mignani), per cui il segnale vero che si attende è dagli Usa. Se si vuole creare e sviluppare un progetto solido e serio, serve muoversi ora. E serve farlo con chi ha dimostrato assoluta fedeltà e grande competenza.
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