Domani saranno trascorsi 238 giorni dall’ultima volta in cui Michele Mignani si è seduto sulla panchina del Manuzzi. Era il 14 marzo 2026 e, proprio mentre l’allenatore del Cesena entrava per l’ultima volta all’Orogel Stadium, di fronte a lui, in gradinata e nascosto da un cappellino da baseball, prendeva posto per la prima volta colui che a distanza di qualche ora lo avrebbe sostituito (in modo tragico...). L’ultimo capitolo di un matrimonio durato quasi due anni non ha reso giustizia alla storia del Cavalluccio e a un uomo di grande spessore, che non ha mai alzato la voce e non ha mai sbattuto i pugni sul tavolo, mantenendo un comportamento ineccepibile dal primo all’ultimo giorno. Un esonero, nel calcio mangia-allenatori di oggi, è e sarà sempre legittimo, ma il 14 marzo non lo sono state le modalità e le tempistiche, visto che il Cesena aveva appena disputato la miglior partita del 2026.
Era stato proprio il primo mese di questo anno solare ad incrinare i rapporti e soprattutto le visioni tra i vertici del club e un allenatore che, dopo il mercato invernale, non è più riuscito a ritrovare (salvo qualche rara eccezione) una squadra che aveva sempre fatto marciare ad una velocità di crociera altissima. Mignani è stato un uomo leale e sempre disponibile, ma soprattutto coerente. Nel marzo dell’anno precedente, in una piacevole ora trascorsa a Martorano durante un’intervista esclusiva, il tecnico di Genova dichiarò al Corriere Romagna: «L’importante, per un allenatore, è restare sempre se stessi. Agli occhi dei calciatori sei credibile solo se riesci ad essere sempre te stesso» (qui l’intervista completa).
Ecco, agli occhi dei due gruppi che ha allenato, Mignani lo è sempre stato, anche quando avrebbe potuto (e forse dovuto) cambiare qualcosa nei momenti di difficoltà, quando il rendimento del Cesena ha cominciato a precipitare, proprio come l’indice di gradimento di gran parte del pubblico del Manuzzi nei suoi confronti. In questo senso, il nuovo allenatore del Catanzaro è stato abbastanza divisivo: per alcuni, i modi pacati e il volume basso sono stati una forza, per troppi altri una debolezza. Di sicuro non sono stati una debolezza i risultati. Nella prima stagione, alla guida di una neopromossa rodata ma anche piena di debuttanti, ha centrato i play-off conquistando gli stessi punti della sesta classificata (53), curiosamente quel Catanzaro che oggi allena e che un anno e mezzo fa lo eliminò dai play-off, dai quali il suo Cesena rimase fuori solo per due giornate, dopo la 20a e la 21a giornata, a inizio 2025. Nella scorsa stagione, invece, la squadra non è mai uscita dal perimetro (40 punti in 30 partite), ma ha solo cominciato a imbarcare un po’ di acqua prima di affondare all’ultima curva, quando Mignani era già un ricordo.
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