Ci voleva l'ultima giornata per scoprire il lato migliore del campionato del Cesena. Il lato migliore è che è finito ieri. Bastava un mese in più e avrebbe rischiato di retrocedere, ma non solo: sarebbe affondato e non se ne sarebbe nemmeno accorto, troppo impegnato com'era a spiegare come funziona il calcio, come si cambia una mentalità vecchia, come si sta in campo, come si va allo stadio. C’è stata una gran voglia di insegnarci tante cose mentre i punti li prendevano sempre gli altri, gretti, antiquati, antipatici.
Cesena-Padova 3-4 pone le basi per il terzo polo del calcio. Nell'eterno dibattito tra risultatisti e giochisti, le 8 giornate con Ashley Cole introducono una nuova scuola di pensiero: i pochisti. Fai vedere poco, ma lo infiocchetti alla grande. Prometti grandi cose per tutta la settimana, poi purtroppo arriva il giorno della partita. Esalti il valore del settore giovanile, poi tramortisci Francesconi di panchine e ignori i veri talenti della Primavera. Parli di progetti e di nuovi percorsi, poi il tuo pochismo fa sì che all'ultima partita chiudi con tre giocatori in prestito o in scadenza (Corazza, Bastoni, Vrioni) che qui non hanno futuro.
Poco di tutto, in campo e in panchina. Il percorso di Cole ci ricorda che essere stato un grande giocatore non dà diritto a diventare un grande allenatore. In fondo vale per tutti: non è scontato che il più bravo della classe poi faccia l'insegnante, perché un conto è sapere, un altro è trasmettere. A Cesena resta una prova scolpita nel marmo che si chiama Marco Tardelli, che come giocatore ebbe una carriera superiore a quella di Cole, ma in panchina fu un macello: qui fece danni in serie, poi all'Inter riuscì a fare arrabbiare uno come Javier Zanetti (basta leggere la sua autobiografia per capire un po' di cose).
Poco di tutto, in campo e fuori. Le colpe di Cole e del suo pochismo sono inferiori solo a quelle di chi lo ha scelto. Che la tempistica dell'esonero di Mignani fosse sbagliata lo avevano capito tutti, tranne una proprietà che vuole insegnare calcio senza conoscere il calcio. Ha mandato via Fusco riducendo l'area tecnica a una scrivania piena di polvere, aumentando la confusione di un allenatore acerbo. Ha svilito il valore di una squadra che nell'andata gravitava tra il quarto e l'ottavo posto: in quel momento c'erano le basi per costruire qualcosa di bello, poi riecco il pochismo, con un mercato di gennaio modesto, poi gli esoneri di allenatore e direttore sportivo con risultati fallimentari.
Imitare il grande calcio per annacquare il senso del Cesena e non capirci più nulla. Guardare talmente in alto che mentre cammini col naso in su, poi sbatti contro ogni lampione. Il Cesena ha fatto la figura di Pippo Baudo in un aneddoto raccontato dal grande Renzo Arbore: “Una notte telefonai a Pippo. Ero con Verdone, Troisi e Benigni. Gli dissi: 'Ho trovato un imitatore formidabile. Senti come imita Verdone, Troisi e Benigni'. E gli passai gli originali. Lui impazzì: 'Mandamelo subito!'. Dopo qualche giorno gli ho spiegato tutto, ci ha messo un po', poi ha capito”.
Ecco, troviamo qualcuno che spieghi tutto. Qualcuno che faccia capire cosa è il Cesena ai proprietari del Cesena. Oltre le imitazioni, oltre il pochismo, oltre le belle parole prima di prestazioni orrende. Il calcio sta cambiando, ma qui ci sono valori da rilucidare, non manie di grandezza da scimmiottare. Dopotutto questo finale triste trabocca di lezioni per ripartire: ora vediamo se il Cesena ha imparato a perdere. Vediamo se trova l'umiltà e le competenze giuste per essere di nuovo il Cesena.
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