Da ieri sera c’è mezzo mondo del calcio che parla del Cesena e buona parte di questo mezzo mondo non sa nemmeno dove sia Cesena. Ripensandoci bene, forse il motivo è tutto qui. L’intima soddisfazione di fare notizia, il brivido del podio serale nell’elenco di google news, le luci del Luna Park che si accendono, nani e ballerine che incombono nel giardino del Manuzzi.
Michele Mignani si consegna alla storia come il primo dead man coaching della storia del Cesena, l’uomo che in un giorno qualunque di metà marzo provò a difendere una panchina già saltata, con i giocatori a giocare per un allenatore che non era più il loro allenatore. Ce ne sarebbe abbastanza per un film di Pupi Avati, in questo avanspettacolo dove il calcio è diventato un ospite casuale. Qui non c’entra più il calo di una squadra rinforzata poco e male, non c’entra il broncio perenne di Mignani dopo il mercato di gennaio e nemmeno il tunnel in cui si è infilato Shpendi, un talento gestito in un modo tremendo a livello contrattuale.
Non c’entra più il calcio in questa storia triste senza feriti gravi, ma con ferite tristi: Mignani e il suo staff saranno trattati da professionisti, prenderanno fino al 30 giugno un ottimo stipendio e nessuno avrà mai il problema di riempire il piatto a tavola per pranzo. Resta il fatto che con la gente non si fa così. Questo non è lo stile del Cesena, anzi: questo non è stile, ma solo un modo di fare calcio da cui liberarsi prima possibile.
Ci si poteva limitare a sporadici acquisti bizzarri tipo il mitologico Frieser e non fate finta di averlo rimosso: anche voi avete visto Frieser, una specie di Calà Campana che guadagnava il triplo. Fu il primo acquisto della gestione Usa e la faccia del povero Viali quando doveva commentare le sue prestazioni resta una delle scene più tenere degli ultimi anni. Rivista con gli occhi di oggi, Frieser è stato la sigla iniziale di una presunzione lievitata fino ai livelli estremi di ieri, quando il Manuzzi era tornato ad accendersi. In quegli stessi 90 minuti più recupero, immaginiamo il travaglio interiore dei proprietari del Cesena, che avevano pronto il nuovo allenatore, ma la mail dell’annuncio di Ashley Cole sarebbe rimasta nella cartella “bozze” in caso di sorpasso vincente sul Frosinone. Un pomeriggio con la gente che tifa, mentre i proprietari non sanno bene per chi e per cosa tifare. Basta e avanza: questo non è più il Cesena.
Ashley Cole viene da una carriera strepitosa: guardando gli allenatori del passato, come curriculum da calciatore se la gioca con Marco Tardelli, un altro talmente forte e famoso che qui non c’entrava niente. Magari Cole diventa il nuovo Fabregas, ma è un dato di fatto che non sappia nulla del mondo in cui arriva: difficile immaginarselo piegato da mesi sul tablet a studiare Bragantini e Mancuso del Mantova. Non sa nulla della Serie B, quindi chi comanda il Cesena è sicuro di non rischiare nulla da questo campionato dove il calcio è diventato un ospite casuale e ora si gioca a qualcosa di diverso. Si gioca a una specie di Monopoli dove il Cesena ha alzato il biglietto degli imprevisti, ha venduto la casa che aveva in Via delle Cose Serie e poi ha comprato un albergo in Piazza del Luna Park, angolo Viale Nani e Ballerine.
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