C’è una squadra che non sa più giocare con il suo stadio e se quella squadra si chiama Cesena e lo stadio è il Manuzzi, allora è un problema. Prendi il primo gol e l’ombra lunga della sconfitta ti deprime come neanche un disco Gabbani, così i gol diventano due, tre, a volte quattro. E si ricomincia.
Il Cesena non regala più sorprese: è il primo ad essere consapevole delle sue debolezze e perde con chiunque sia superiore, nell’organico o nello spirito. Non è più una squadra da Serie B, che pure sarebbe il campionato più democratico dell’universo, quel tipo di campionato che se ne frega dei nomi, quindi da mesi prende a schiaffi la Sampdoria e concede al Pescara di battere con merito il Palermo.
Il Cesena avrebbe uno stadio come centravanti, ma non sa come usarlo. Modestamente, questa è una piazza dotata di una ignoranza senza lacune, per citare una penna brillante come Luigi Mascheroni. Ci sarebbe tanta energia da sfruttare, ma è tutto ingrigito da una squadra diventata banale e noiosa. Un rodato allenatore di categoria come Mignani è uscito intristito dal mercato invernale e visto da fuori sembra non essere più convinto del materiale umano che allena. La partenza di Blesa ha tolto equilibrio: in zona-gol non era cattivo, ma aveva una attitudine difensiva che Cerri non ha e copriva il triplo di campo rispetto a un totem che lotta, ma condiziona tanto, sia davanti che dietro. Il risultato è una squadra che oggi non è in grado di sostenere Cerri, Shpendi, Berti, Castagnetti e Ciervo tutti insieme, così ogni volta riempie di gol il baule dell’auto. Questo è un problema, come no, ma non può spiegare tutto. I problemi potrebbero pure diventare uno stimolo a fare cose diverse, senza limitarsi ad essere una fonte di depressione.
C’è un freno a mano tirato da fare scintille in questo mare di partite scontate, senza mai una mossa creativa che lasci a bocca aperta e convinca il Manuzzi a fare stretching per entrare in campo. Manca il ribollire di entusiasmo dello stadio, quel tipo di fremito di migliaia di persone che dicono: “Ma cosa state combinando? Ci avete convinto, siamo con voi”. Per esempio venti minuti finali di un giovane per provare a rimestare la palude: forze fresche in campo a cui chiedere per l’appunto freschezza, nulla di più.
La Primavera, a proposito. Sta facendo un campionatone, ha appena vinto 1-0 contro la capolista Fiorentina e le due punte Rossetti e Galvagno hanno entusiasmato. Ieri sera le punte entrate in corsa ancora una volta non hanno spostato nulla, mentre in panchina c’era un altro Primavera come Papa Wade, che ha dei margini ma è meno pronto rispetto a Rossetti e Galvagno. Alla prima squadra serviva un attaccante in più, si è scelto in base alle esigenze tattiche (una punta da usare come esterno da corsa), così le prime scelte sono rimaste in Primavera. Da sempre il collegamento col vivaio si riassumeva in una frase: “Serve un giocatore, mandateci il migliore”. Così si coltiva l’onda dell’entusiasmo, senza deprimersi con la tattica.
Nessuno si aspetta che questi ragazzi cambino subito il mondo, però la storia e la diversità del Cesena sono fatte anche di momenti di rottura, sono scritte dal coraggio di affidarsi per una mezzora alla fame dei giovani. A proposito, facciamo un referendum per abolire la frase, “se un giovane sbaglia, rischia di bruciarsi”. Lo diciamo solo in Italia e infatti ci prende a pallonate tutta l’Europa. E se invece sbaglia un trentenne, cosa diciamo? Che rischia di annegare? Nel frattempo, qui sta annegando il Cesena insieme a chi lo allena.
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