Coraggio. Ecco il messaggio della Primavera del Cesena. Una nuova affissione per un manifesto culturale: la soddisfazione per una eventuale coppa da mettere sulla mensola sarà nettamente inferiore a quella di vedere alcuni di questi ragazzi in prima squadra.
Coraggio. E non è mica retorica, il coraggio è il cerino che accende il motore dell’unica fabbrica di plusvalenze del calcio romagnolo. Tutte le stagioni migliori hanno avuto come protagonisti i ragazzi del vivaio. Chi non lo sa, o non conosce il Cesena o non lo va a vedere, tipo Ashley Cole che da qualche giorno è tornato in Inghilterra e non ha visto dal vivo Cesena-Inter. Assodato che l’allenatore designato è lui, dov’è finito il collegamento tra prima squadra e settore giovanile? Se c’è ancora, è nascosto così bene che da fuori non si vede.
Coraggio. Perché nessun ragazzo della rosa di Nicola Campedelli è già pronto per essere protagonista in B, però se non si comincia mai a metterli in campo, quando iniziamo a capire qualcosa?
Coraggio. Nel ricordo di lezioni che si ripetono da decenni. Scegliamone una. Settembre 1987, prima giornata di Serie A, al Manuzzi arriva il Napoli di Maradona fresco dello scudetto. Una delle squadre più forti mai viste, in tempi in cui l’Italia aveva il campionato più bello del mondo. Il Cesena era appena salito in A e davanti ai campioni d’Italia partì con una formazione titolare con 5 giocatori usciti dal settore giovanile: Rossi, Cucchi, Leoni, Bianchi e Rizzitelli. Il Napoli vinse 0-1 sudandosela parecchio: Gianluca Leoni si appiccicò a Maradona come quei tremendi pupazzini a ventosa che all’epoca erano sul lunotto posteriore dell’auto, mentre in difesa un eroico Fabio Cucchi combatteva contro Bruno Giordano calciando tutto quello che trovava, a volte perfino il pallone.
Coraggio. Quello che ebbero la mattina di quella partita decine e decine di tifosi napoletani, in giro per Cesena in bicicletta. Ora, all’epoca il dibattito era aperto: erano tutti passisti scalatori che avevano affrontato l’Appennino alzandosi in piedi sui pedali? Difficile: i fisici suggerivano tracce di passioni diverse dal ciclismo, poi i modelli di bici, tipo “Graziella” o “Rita”, erano comodi per tragitti brevi, molto meno per valicare la salita di Verghereto. Erano bici in gran parte parcheggiate alla stazione ferroviaria e quel giorno Cesena conobbe un anticipo del “Rent a bike”: la differenza è che il meccanismo non era ancora chiaro e ci fu semplicemente un “Prend a bike”. E come erano sparite in mattinata, in serata la stazione tornò ad avere una cornice di biciclette.
Resta il messaggio di quella partita, così piena di fuoriclasse che pensando alla realtà di oggi il paragone è imbarazzante. Per quanto possa essere superiore l’avversario, a Cesena l’appartenenza non è uno slogan da post sui social, ma un legame vero che resiste. C’è un sacco di gente allo stadio che guarda un ex Primavera in campo e pensa: “Tu non stai solo realizzando il tuo sogno, tu realizzi il mio”. Così dall’altra parte può esserci anche Maradona, ma lo stadio se ne frega e si mette a giocare la partita, parando come Seba Rossi, menando come Fabio Cucchi. Con zero paura e un certo coraggio.
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