Daniele Galloppa è un affidabile termometro di metà giugno. In questo momento storico, quando un allenatore emergente parla con Cesena e Modena, ringrazia per l'interessamento e dice che vuole dormirci sopra, poi si sveglia e sceglie il Modena.
A Cesena ci sarà senza dubbio una idea di calcio che intriga, ma è nascosta talmente bene che non si vede. Di conseguenza, il richiamo per i nuovi acquisti all'alba dell'estate 2026 resta aggrappato ai grandi classici: bello stadio, bel pubblico, Romagna capitale, Romagna ballerina, eccetera eccetera. Se invece ci si sposta sulla solidità del progetto, restano tante incognite da risolvere.
Tutto questo al di là delle proposte contrattuali: il Cesena a un allenatore della prima squadra offre un anno (al massimo insaporito da un'opzione) e fa benissimo. In passato i pluriennali hanno creato vertenze sanguinose (Vavassori, Giampaolo) o hanno portato una discreta sfortuna a chi poi fece il signore stracciando il contratto (Castori). La storia ci racconta che i vincoli a lungo termine non fanno per questa piazza. Se un allenatore a Cesena fa benissimo, in estate diventa un uomo-mercato e se spunta l'offerta irrinunciabile, chiede di andare via. Peggio ancora se fa male, ma ha ancora il contratto e rimane sul groppone. La vera programmazione sarebbe riuscire a fare contratti a lungo termine nel settore giovanile, il vero reparto dove ragionare nel lungo periodo ha una logica che paga.
Il Cesena del terzo millennio ha sempre preteso tantissimo dai suoi tecnici, forse addirittura troppo. Non chiede di dirigere un progetto, il più delle volte chiede di scrivere un progetto che non c'è. Non dice: “Vieni ad allenare qui che ti cambio la vita”, piuttosto accade il contrario e la richiesta è: “Vieni ad allenare qui, cambiami la vita”. Ci sono club che hanno la fortuna e la bravura di trovare dirigenti di spessore che restano per anni e hanno il tempo di impostare un'idea di calcio. Dal 1980 al 2000, la parte tecnica del Cesena era Renato Lucchi con Pier Luigi Cera: un architrave che ha allevato allenatori che poi hanno vinto scudetti e coppe. Dopo di loro, si sono alternati De Falco, Foschi, Minotti, Recchi, Minotti (atto secondo), Marin, Foschi (atto secondo), Pelliccioni, Zebi, Stefanelli, Artico, Fusco, Mancini. Fanno 11 teste diverse in 26 anni, così va sempre a finire che per la panchina si cerca un salvatore della patria che sappia pure allenare.
A proposito: e ora chi allena? Nell'attesa di scoprirlo, rilassiamoci con un breve test attitudinale. Valutiamo due frasi di due allenatori a caso.
Frase 1: “Il calcio italiano sta attraversando un momento difficile e vorrei provare a metterci qualcosa di mio per dare un piccolo contributo per cambiarlo” (Ashley Cole, allenatore del Cesena, marzo 2026).
Frase 2: “La cattiveria feroce in ogni minuto di ogni partita, può regalarti un punto in più in classifica e io quel punto lo voglio” (Guido Pagliuca, allenatore dell'Imolese, dicembre 2015).
Se vi sentite più vicini alla frase 1, volete innanzi tutto cambiare il calcio italiano. Se invece vi sentite più vicini alla frase 2, non riuscite a ignorare che mentre il calcio italiano va cambiato, è iniziata l'ennesima estate in cui il Cesena ha bisogno che un allenatore gli cambi la vita, perché da solo non ce la fa.
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