Il Cesena ridotto a un cerino spento da chi non ha saputo programmare il futuro

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Gravitava un certo pessimismo già prima della palla al centro, in uno stadio poco popolato, dove per una volta hanno avuto ragione gli assenti. Quei buchi sugli spalti erano un avviso di chiamata sui rischi della serata, il ripasso di una antica massima di un grande allenatore come Renzo Ulivieri: “Io non sono negativo, sono pessimista. Il pessimista è un ottimista che poi ha capito”.

Prima di ieri, il Cesena veniva da una serie di prestazioni tra il modesto e l’orribile, con l’aggravante di averle fatte contro squadre in difficoltà (Avellino, Pescara, Entella). Poi ecco il Venezia, un mondo a parte come il Sassuolo di un anno fa: giocare a San Valentino contro il Venezia vuole dire sbattere contro una squadra che è un apostrofo rosa tra le parole “t’asfalto”.

Il momento peggiore della gestione di Mignani nasce da mesi di trascuratezza di una proprietà impeccabile a livello finanziario e assente a livello sportivo. Si doveva soffiare sulle braci di un autunno entusiasmante e tenere viva la fiamma, invece niente: oggi il Cesena è un cerino spento dove la paura di sbagliare ha sepolto l’entusiasmo. Tra meno di tre mesi finisce la stagione regolare e ci sono direttore generale, direttore sportivo e allenatore in scadenza di contratto. Nessun segnale di programmazione, una sensazione di precariato che investe troppi uomini nei ruoli-chiave: i momenti più pericolosi nascono così. Tanti anni fa il povero Walter Nicoletti capì a febbraio che non sarebbe stato confermato, più o meno contemporaneamente Pier Luigi Cera comprese che Totò De Falco era in corsia di sorpasso come direttore sportivo: la squadra percepì la situazione ballerina, diventò a sua volta ballerina e fu un disastro.

Rispetto ai tempi di Nicoletti, oggi la classifica sembra il problema minore di una squadra che avrebbe bisogno di un’impalcatura di certezze attorno a sé. Il Cesena resta pieno di buoni giocatori di categoria e pure Cerri promette bene, anche se una partita buona non basta (di solito un nuovo acquisto non sbaglia il primo vero esame da titolare). A livello di applicazione avrebbe pure rialzato la testa, il problema è che il risultato non lo dice, visto che ultimamente se non prende 3 gol è perché ne ha presi 4. È per forza da qui che si riparte, perché il risultato è praticamente tutto, per tutti noi che sogniamo il calcio di Cesc Fabregas, poi suona la sveglia, ci togliamo il pigiama e baciamo il santino di Massimiliano Allegri. Il Cesena deve tornare a capire chi è iniziando dalla difesa, secondo la regola di un antico principe del risultatismo come Bruno Bolchi. Una trentina d’anni fa, il suo Cesena perse 5-2 a Salerno, era garbatamente furibondo e dopo le interviste venne pure tampinato da uno dei tanti imbucati della sala stampa, uno di quei personaggi che si vedono in tutta Italia. Lo aveva preso da parte e non lo mollava più.

“Bolchi lei è un grande uomo, complimenti”.

“Grazie, grazie: ora mi scusi, vado sul pullman”.

“Lei è un uomo d’altri tempi, lei esprime i veri valori del calcio, quelli che io insegno ai miei figli”.

“La ringrazio, ora devo andare”.

“Non si ricorda di me? Parlammo di calcio tanti anni fa a Lecce”.

“Ah, forse, sì, ora mi deve scusare...”

“Per me sarebbe un grande onore considerarla come un amico e chiamarla Bruno”.

“Ah meno male, che fortuna”.

“Cioè?”.

“È una fortuna che io mi chiami proprio Bruno. Mi chiami pure così, la saluto”.

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