Il Cesena, la scelta di Cerri e lo stadio che col tempo diventa casa tua

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“Questa non è una squadra, è il mio Luna Park”. È probabile che lo abbia pensato Alberto Cerri e chissà la sua acquolina dopo essersi informato su Cesena-Bari. Un centravanti di due metri che vede una squadra perdere dopo 16 calci d’angolo infruttuosi, figli di un reparto d’attacco volenteroso, ma che sulle palle alte fa la figura di Antonio Cassano all’esame di Analisi 1 a Ingegneria.

Fusco ha scelto la via del fisico per spostare partite incartate, un percorso sperimentato con successo in passato con Marco Veronese o il primo Milan Djuric. Per quello che è il Cesena ora, Cerri è l’uomo giusto? Qualche dubbio rimane. Un anno fa a gennaio, fu la Salernitana a farlo scendere dalla A, chiedendogli aiuto per salvare la stagione e alla fine andò male. Da giovanissimo prometteva tanto e fu dipinto come il nuovo Vieri, ma negli svincoli decisivi della carriera non è riuscito a decollare. All’alba dei 30 anni, Cesena saprà accendergli stimoli diversi? E ancora: siamo in un momento del mercato in cui il Cesena di fatto sta già decidendo l’uomo su cui costruire la prossima stagione, perché se dal prossimo 30 giugno prometti un biennale da 300mila euro a una punta, allora la metti per forza al centro del progetto e te la tieni, a meno che non faccia benissimo già in questi mesi e torni un uomo-mercato. Cerri sarà un investimento se farà gol o se aiuterà l’esplosione definitiva di Shpendi: se si mette al servizio dell’orchestra alla Bonazzoli, allora tutto bene, se resta un mondo a parte in stile-Almeida, allora tutto male, mentre una squadra corta e generosa continua a dare tutto quello che ha e gli applausi del suo pubblico in fondo li merita sempre.

A proposito di pubblico, questo articolo è dedicato a tutti i padri che hanno portato i figli a vedere una partita e poi è andata a finire che i figli non sono più usciti dallo stadio. La differenza del Manuzzi resta essere una storia di famiglia e ognuno ha la sua. Per esempio, immaginate di vedere vostro padre che si lancia all’attacco, vi racconta dell’ammirazione per Mario Frustalupi e Pier Luigi Cera e voi condividete sulla fiducia, anche se non li avete mai visti giocare e sono solo giovani dalle facce anziane sulle figurine Panini. Lì iniziate a capire che emozionarsi per il calcio può essere utile alla vita, aiuta, funziona.

Immaginatelo poi in fase di contenimento in un campionato di Serie A del terzo millennio, raggomitolato in difesa sul divano di casa durante un Catania-Cesena in diretta su Sky del 2010. Immaginatelo sfogare la rabbia per una palla persa a metà campo, con un intervento a martello a tramortire con un calcio una poltrona comprata da poche settimane, con lo scontrino del mobilificio ancora caldo nel portafoglio. Immaginate l’urlo di vostra madre a chiedere spiegazioni, ricevendo una giustificazione sincera, ma povera di contenuti: “Non è colpa mia, è stato Appiah”. Lì iniziate a capire che il calcio funziona, ma non sempre. Resta il messaggio che ti lasciano centinaia di partite dove non era mai troppo freddo o troppo caldo per sedersi in tribuna, ripetendo un rituale di famiglia che fa sì che Cesena resti un mondo a parte. Un tipo di mondo in cui se inizi ad andare allo stadio con tuo padre, poi è ancora più facile che quello stadio diventi casa tua.

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