Il Cesena, il patrimonio da investire e la statua allo stadio

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Era Gianluca Vialli che raccontava che in Italia vincere nel calcio raramente è una gioia, ma almeno è sempre un sollievo. Il Cesena ha trovato la medicina alla rullata di Modena, con 7 punti in 3 partite suddivisi in modo tale da ricordarci l’imponderabilità di questo gioco. La recita più credibile a Bolzano ha portato un solo punto, due pomeriggi a lungo indigeribili contro Empoli e Catanzaro ne hanno regalati 6.

I 15 punti in 11 partite sono un patrimonio da investire e soprattutto un incentivo a crescere. L’unica vera consapevolezza raggiunta da questa squadra è che dovrà sudare fino in fondo per salvarsi e infatti sa soffrire di gruppo. Tutto il resto è in costruzione, a partire da una strada che porta al gol che resta un cantiere pieno di operai acerbi.

È addirittura arrivata la prima vittoria da raccontare senza cominciare da Cristian Shpendi, forse il giocatore più dominante del terzo millennio. Ha estremizzato il concetto di “fa reparto da solo”, il problema è che non è solo merito suo e non si ricorda un Cesena in B con un attacco così fragile. Diamanti anche ieri ha usato tutti e quattro gli esterni, nell’attesa di raccontare giocate decisive di D’Andrea, Fiori o Caprini, mentre prima o poi spunterà dal cassetto il fascicolo del provino di Druiventak e leggeremo le parole che hanno preceduto la frase: “Ok, lo prendiamo”.

Il Catanzaro ultimo in classifica dopo avere perso la finale play-off contro il Monza è l’ennesima lezione sulla pericolosità del campionato, poi c’è un’altra lezione regalata dal suo stadio. Il 18 settembre è stata inaugurata la statua dedicata a Massimo Palanca, l’attaccante col 37 di piede specialista nel gol olimpico da calcio d’angolo. Palanca alla cerimonia ha unito orgoglio a scaramanzia (“di solito la statua è per i trapassati, speriamo bene”), ma di sicuro intitolargli la statua è stata una bellissima idea.

E a Cesena? Oltre al busto di Dino Manuzzi, chi si potrebbe intitolare una statua? Proviamo qualche candidatura sparsa, con annessa motivazione sulla targa.

Pier Luigi Cera (Il più forte di sempre).

Hans Holmqvist (Per chiedergli scusa in modo definitivo per averlo sentito chiamare in tutti i modi da Edmeo Lugaresi: Orkvist, Olmvis, Orschisrt, Ostcia cum’è cùs cièma e così via).

Gabriele Paonessa (Tribuna o panca perenne ai tempi di Ficcadenti, così almeno capiamo che faccia aveva).

Marco Rossi (Per coerenza, in fondo era una statua anche sui calci d’angolo avversari).

Guido Marilungo (Al valore, ha giocato in attacco con Hugo Almeida).

Ashley Cole (Così quando ci lamenteremo di un allenatore, concluderemo che in fondo non sta andando così male).

Giampiero Ceccarelli (Quello che la meriterebbe più di tutti, per il peso del messaggio della sua storia, bella e dolorosa. Ha giocato solo qui per amore del Cesena, per amore del Cesena è rimasto coinvolto tra mille sofferenze nelle pieghe del fallimento. E la lezione che Ceccarelli ci ha lasciato è che quando ragioni solo per amore, il calcio è un tipo di mondo in cui rischi di farti male).

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