Il Cesena di fine stagione, le finali dell’Ahena Basket e la lezione del Camp Nou

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La lugubre sensazione di avere già visto la prima gara di fine stagione, amarezza parzialmente alleviata dalle scelte musicali di gran classe della Juve Stabia all’ingresso delle squadre (“Il tempo se ne va” di Celentano resta una sciccheria). Dopo un cambio in panchina, è normale che il mirino si sposti sui giocatori: nel caso del Cesena, è una regola che vale solo in parte, visto che la squadra non voleva l’esonero di Mignani.

Chi paga ha il diritto di decidere, come no, a patto di avere la giusta conoscenza. Sostituire un allenatore non è comprare un copri-divano a fiori per cambiare look al soggiorno, è un meccanismo più complicato che coinvolge le teste di una trentina di professionisti. La vera pennellata di una proprietà che non conosce il campionato è stato l’allontanamento di Fusco. Non solo si è mandato via un direttore a cui la squadra era legatissimo, non solo si è allontanato l’uomo con più conoscenza del campionato: si è mandato via pure un dirigente che parla alla perfezione l’inglese e poteva essere una risorsa per Cole.

È legittimo che un nuovo allenatore abbia le sue idee, ma farlo atterrare in questo modo è stato un salto nel buio e il Cesena ci sta sbattendo il naso, con l’unica consolazione che può scherzare col fuoco avendo in tasca i punti per la salvezza. In questo modo possiamo interrogarci senza panico sul perché Francesconi non giochi più in una squadra che per missione dovrebbe valorizzare i suoi giovani. O magari ragionare sulla tremenda gestione di Cristian Shpendi, un ragazzo a posto che la combo “ingaggio pesante-cambio di ruolo” rischia di trasformare da uomo mercato a uomo invendibile.

Il rischio in momenti come questi è fare la figura dei provinciali. Lo sport ad alti livelli è cambiato, bisogna avere l’umiltà di provare idee nuove, però ogni posto di calcio ha le sue peculiarità. Proviamo a rispolverare i classici: ieri era l’11 aprile, il 35° anniversario della più grande impresa dello sport cesenate, ovvero la vittoria dell’Ahena a Barcellona nella Coppa dei Campioni di basket femminile nel 1991. Nei due giorni di final four, i giornalisti si muovevano con un pullman al seguito della squadra e tra di loro c’erano inviati eccellenti come Pietro Colnago (Giganti del Basket, poi Sky), Francesco Velluzzi (Superbasket, poi Gazzetta dello Sport), l’ottimo Antonello Orlando di RadioRai e tanti altri. Il Palau Blaugrana che ospitava le final four è di fianco allo stadio Camp Nou: nel pomeriggio del 10 aprile, l’Ahena vinse la semifinale contro lo Sporting Atene e quella stessa sera al Camp Nou si giocava Barcellona-Juventus, andata della semifinale di Coppa della Coppe. Fieri della loro esperienza, tutti gli inviati nazionali gestirono la giornata di lavoro al meglio e alla sera si infilarono alla grandissima per vedersi la Juve. Il Barcellona di Cruyff vinse in rimonta 3-1 (gol di Casiraghi, poi doppietta di Stoichkov e Goikoetxea) facendo intravedere la magnificenza di un calcio spagnolo che di lì a poco avrebbe mandato tutti a scuola.

Il dibattito notturno tra giornalisti fu molto istruttivo: la maggioranza sosteneva che quello fosse il calcio del futuro e che bisognava copiare dalla Spagna. Lo dicevano praticamente tutti, tranne uno: “Noi siamo noi e loro sono loro, non è modello esportabile. Se fai l’allenatore e vuoi giocare come il Barcellona, c’è una sola cosa che devi fare: vai ad allenare il Barcellona”. Rilucidata 35 anni dopo, quella di Antonello Orlando era una sentenza da intenditore.

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