Inizio estate 2003. “Dicono che sia bravo, ora speriamo che diventi famoso”. E il Cesena scelse Fabrizio Castori.
Fine inverno 2026. “Di sicuro è famoso, ora speriamo che diventi bravo”. E il Cesena scelse Ashley Cole.
Due scelte agli antipodi, due abitanti di pianeti diversi atterrati sulla panchina del Manuzzi, uno stadio che è l’unica cosa che hanno in comune. Sarà sempre un piacere ascoltare Ashley Cole raccontare di Thierry Henry o Frank Lampard, ma non lo sentiremo mai dire “ci faremo mangiare il cuore prima di lasciare la B al Lumezzane”, anche perché detto in inglese non rende, non avrebbe lo stesso impatto dello slang marchigiano. Già ci sarebbe da sudare sangue per spiegare a Cole dove sia esattamente Lumezzane, se poi si vuole anche raccontargli cosa significhi per Cesena, servirebbe tutto il resto del girone di ritorno.
Fabrizio Castori è un fachiro del lavoro ad alta intensità, una espressione che stiamo usando tantissimo per cercare di capire perché tutto il resto del mondo ci mangi in testa ogni volta che si gioca una partita di calcio di una certa importanza. C’è una potente scuola di pensiero che sostiene che in Italia si lavori poco e che le squadre vadano troppo piano. A tal proposito, è interessante esaminare la gestione di un allenatore straniero durante l’ultima pausa di campionato. Nei 15 giorni tra Cesena-Catanzaro e Cesena-Sudtirol, Cole ha concesso ben 5 giorni di riposo divisi in due blocchi. Si pensava che sfruttasse la pausa per martellare il più possibile per fare arrivare la sua idea di calcio, invece ha ragionato in modo diverso, dando al riposo e al recupero delle energie nervose lo stesso valore di un buon allenamento. Cesena-Sudtirol che finisce 1-1 è lo specchio fedele di uno spettacolo poco entusiasmante, ma quantomeno va riconosciuto a Cole un approccio umile e tutt’altro che saccente.
Resta un dubbio di fondo: ora nel Cesena sono i giocatori che devono adeguarsi all’idea e non viceversa. E allora ecco la costruzione dal basso con piedi che non possono essere da Europa League, ecco Shpendi confinato a sinistra e l’annessa visione di Vrioni centravanti, ecco la panchina di un Francesconi che per mesi è stato la cassetta degli attrezzi per riparare il centrocampo. Un mondo diverso, non facile da digerire.
Prima l’idea, poi il giocatore. Nel recente passato, altri ci hanno provato sbattendoci il naso (Giampaolo, Drago, Modesto) e in generale gli allenatori della ragion pratica (Bagnoli, Bigon, Lippi, Bolchi, Castori, Bisoli) qui hanno sempre avuto più successo degli allenatori della ragion pura, con la via di mezzo di Ficcadenti, che cambiò modulo nel nome di Jimenez e fece il record di punti in A. Ora è tornato il tempo della ragion pura e di un’idea che spiazza, però viviamo in un periodo in cui se un italiano discute di calcio con un inglese, i risultati dicono che ha ragione l’inglese. A onor del vero, sta accadendo la stessa cosa anche se si discute con uno svedese, con un macedone del nord, con un bosniaco e così via. Siamo in un momento storico in cui abbiamo poco da spiegare e molto da ascoltare, quindi meglio essere curiosi e umili con Cole, anche se non ci dirà mai “We’ll have our hearts eaten away before leaving Serie B to Lumezzane” (sì, in effetti detto in inglese rende molto meno).
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