Il rischio da evitare è quello di indugiare nei complimenti, perché perdere facendo bella figura è più facile di quello che si pensi. Rimane la traccia di una sconfitta a testa alta a Palermo, come no, ma è un segno sulla sabbia che se ne andrà in fretta e non resterà scritto nella classifica.
Ci sono ragione e sentimento sulla bilancia di questa strana primavera. Da una parte c’è una nuova idea di gioco che la squadra prova ad applicare, dall’altra i numeri dicono che per ora il cambio in panchina è stato a bassissimo impatto, con 4 punti raccolti su 15 disponibili. Nel calcio degli adulti, conta innanzi tutto questo.
In mezzo a ragione e sentimento, sarebbe interessante capire dove deve portare tutto questo. Serve a fare crescere il Cesena come squadra o a fare crescere Ashley Cole come allenatore? Questa strana primavera ha l’obiettivo di mantenere almeno i play-off, oppure è il giardino degli esperimenti per un ex grande giocatore ai primi passi della carriera in panchina? Una risposta non c’è e manca chi la possa dare, perché il Cesena non ha un responsabile dell’area tecnica. Si è auto-imposto di vivere con due direttori sportivi non operativi (Artico ancora a libro paga), mentre un allenatore debuttante prova a compensare con idee e carisma una inevitabile esperienza.
Al di là di un approccio umile e curioso che gli va riconosciuto, di Cole non convince un approccio dove l’idea prevale sul giocatore. La bravura di un allenatore sta anche nel sapersi adattare al materiale umano, figuriamoci se subentra a 8 partite dalla fine. Invece ecco un Cristian Shpendi che nel mondo ideale potrà anche giocare come Thierry Henry, ma nel mondo reale per ora ricorda più Simone Groppi o Vittorio Pinciarelli, valorosi esterni a tutta fascia del passato a cui Wikipedia dedica molte meno pagine rispetto ad Henry,
È tutto un fatto di conoscenza ed esperienza. Cole non può conoscere tutto della B e di Cesena e in passato da queste parti ci fu chi sbattè il naso in senso opposto.
Gli ultimi ricordi legati all’Inghilterra si perdevano nella notte dei tempi e a una indimenticabile intervista di Gaetano Salvemini, allenatore nel 1992-1993 in Serie B. Era l’epoca in cui le squadre della B italiana partecipavano al torneo Anglo-Italiano contro i club inglesi di pari categoria, con finale a Wembley, il tempio del calcio. E nel commentare questa affascinante ipotesi, nella sua prima intervista Salvemini si fece prendere dall’emozione, precursore dei gloriosi tempi attuali di Sinner e Musetti. Così ai microfoni disse testuale: “C’è la grande occasione di giocare a Wimbledon”. E noi sul momento ci immaginammo Amarildo scendere a rete con una racchetta Spalding in legno, magari in doppio con Franco Lerda, attaccante mancino dalla testa fumantina. L’erba di Wimbledon (che poi era Wembley) Salvemini e il Cesena non la videro mai, anche se stava nascendo pian piano un nuovo corso, con l’arrivo del primissimo Hubner e così via. Oggi tante cose sono cambiate: Cesena è tutta diversa e come cantavano i classici, là dove c’era Lerda ora c’è una città. Arrivarono Azeglio Vicini, poi Bruno Bolchi, poi tante belle cose in serie, costruite con pazienza nel tempo e c’era perfino un direttore sportivo. Ora i tempi sono diversi, ma non così tanto. Quando si prenderà una pausa in mezzo a tutti i complimenti che si fa da solo dopo una sconfitta, magari prima o poi il Cesena torna a farci vedere un po’ di logica.
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