Il Cesena che difende da squadra vera e il pandoro arrivato in anticipo

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C’è un portiere che riempie la porta come non si vedeva da anni, dai tempi di un totem come Francesco Antonioli. Però c’è anche tanto altro e se le ultime due partite dovevano dare una risposta, la risposta è che il Cesena merita la stima della sua gente. Ha guardato negli occhi senza paura due avversarie superiori, incurante di un giro dei cambi inferiore rispetto a Monza e Modena, due squadre con una quindicina di titolari di alto livello. Il Modena poi ha un parco attaccanti così ricco che anche se scegli bendato, peschi bene; il Cesena invece ha un parco attaccanti così incostante, che ci sono giorni dove vorresti bendarti e basta. Ma questi sono dettagli, travolti da quello che si sta vedendo: al di là di giocare bene o male, tutti ci mettono il cuore e per chi va a vedere il Cesena, questo basta e avanza, con la medaglia di una fase difensiva da squadra vera. Certo, ci sono giocatori che si stanno facendo attendere da anni (Bastoni) o da mesi (Olivieri, Diao): vale la pena aspettare? Esploderanno alla distanza come Marilungo o non c’è speranza come Carbonero?

Carbonero, appunto. Chiunque abbia frequentato le conferenze stampa dell’ultimo Pierpaolo Bisoli ricorda il suo auto-imporsi una santa pazienza. Era la Serie A 2014-2015, l’agonia di una squadra che tra i suoi quiz irrisolti ebbe pure il colombiano Carbonero, arrivato con un curriculum stuzzicante (scudetto vinto in Argentina col River Plate) ma sul suddetto curriculum c’erano le macchie di sugo di un peso forma da retrocessione.

In quell’autunno del 2014, tra Marilungo rotto e Almeida e Carbonero che solo in trattoria dimostravano un ritmo-partita accettabile, si vide la versione più diplomatica di Bisoli, che si sforzava di essere paziente. E sarà stato il Natale che si avvicinava; sarà stato un autocontrollo che almeno nelle occasioni ufficiali funzionava, sta di fatto che a metà ottobre, alla fine di una conferenza pre-partita, Bisoli trovò una immagine efficace per definire la sua paterna attesa per un colombiano verace che a tavola si trasformava in colombiano vorace.

“Ragazzi, con Carbonero ci vuole pazienza: lui fisicamente è ancora un po’ un pandoro, dobbiamo lavorarci sopra”.

Pandoro. Bisoli ci aveva mandato a scuola tutti. Mesi passati a cercare una parola (educata) per definire Carbonero, ma niente da fare. La trovò il suo allenatore e neanche il migliore Ungaretti avrebbe condensato tutto così bene. Bisoli lo disse con un sospiro benevolo e senza alcun astio, ma rendeva l’idea, così noi ci immaginammo i look delle tute di Carbonero durante le vane corse a Villa Silvia per asciugare il fisico. Magari un rosso sgargiante in stile pandoro Balocco, oppure l’inconfondibile rosa della Bauli. Detta come va detta: voi avete mai visto un pandoro che prova a sovrapporsi sulla fascia indossando la maglia del Cesena? Probabilmente sì, ma non vale: quello era il sonno tempestoso dopo il cenone di capodanno, alla fine il pandoro è andato al cross e voi vi siete svegliati tutti sudati in pigiama. Come cantava Lucio Dalla, era quello che si doveva inventare per poter riderci sopra, per continuare a sperare, in quella stagione in cui Bisoli fu esonerato l’8 dicembre e non arrivò al panettone, mentre al pandoro era arrivato da tempo ed era pure costretto ad allenarlo. Oggi invece ci sono Mignani e Fusco che possono ragionare su Bastoni, Diao e Olivieri con la serenità di chi ha un sacco di punti in classifica, mentre si fa largo una sensazione particolare: in questa stagione, nessuno chiede al Cesena di andare per forza in A. Ecco perché sarebbe proprio questo l’anno migliore per provarci.

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