Dal core business al Cole business: il Cesena prima o poi spiegherà quale è il piano

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In una bella intervista a Gianluca Di Marzio, Filippo Fusco ha riassunto la diversità del Cesena. Ha ricordato il caso del debutto in prima squadra di Filippo Bertaccini mentre era senza contratto e quello di David Marini, che prima va ai Mondiali Under 17 con l’Italia e poi decide di firmare al minimo con il Cesena anziché andare gratis in Inghilterra. Nel migliore dei mondi possibili, due belle dimostrazioni di appartenenza. Visto però che non siamo nel migliore dei mondi possibili, è stato come lasciare in piena notte nel parcheggio dell’autogrill due Ferrari con le chiavi inserite.

Con le terribili normative federali, c’è il rischio di farsi scappare a costo zero i migliori giovani ogni volta che si avvicina l’estate, visto che il vincolo è stato ridotto a carta velina. Invece il Cesena è uscito dall’autogrill e le Ferrari erano ancora lì, con Bertaccini e Marini ultimi esempi di un attaccamento che non è solo attaccamento. Le loro scelte sono state anche il frutto di una riflessione razionale, ovvero: voglio fare carriera e Cesena resta la piazza ideale per i primi passi. Non sarà il posto giusto per diventare ricco, ma può essere il posto giusto per diventare un calciatore. Immaginiamoci un ragazzino di grande talento di 14-15 anni, alle prese con le sirene di Juve o Milan che chiedono subito di salire a Torino o a Milano, cambiando vita, cambiando scuola, cambiando tutto. Di fronte a certe richieste, si sbanda per forza ed entrano in azione la famiglia e una serie di grandi domande: assodato che voglio fare il calciatore, quale sarà la scelta migliore?

Quando la risposta è stata “resto qui”, il Cesena ci ha costruito sopra alcune delle pagine più belle della sua storia. Uno degli ultimi esempi resta Matteo Francesconi, che nel 2018 dopo il fallimento era tentato dal ritorno all’Imolese, all’epoca in Serie C. Qui entrò in azione il padre: “Non pensare ora alla categoria e resta a Cesena, loro credono nei giovani e una chance arriverà”.

Il core business è questo: innaffiare i semi alla base per riempire di fiori il balcone all’ultimo piano del palazzo, quello della prima squadra. La missione è offrire un’occasione a chi vuole diventare un calciatore: le famiglie dei giocatori lo sanno e il nome “Cesena” è ancora spendibile.

Fin qui il core business. Poi c’è il Cole business, la filiera che si ribalta. Parti dal vertice ingaggiando un nome di spicco del calcio mondiale, innaffi i fiori all’ultimo piano del palazzo, sperando che le gocce cadute dai vasi più in alto facciano bene anche alla base. Insisti su un ex grande giocatore che ha la legittima ambizione di diventare un grande allenatore, incurante del fatto che in due mesi abbia peggiorato la classifica e il valore della rosa. Non contento, lo unisci a un direttore sportivo al debutto, scansando la regola che vuole che nella coppia diesse-allenatore, almeno uno dei due debba essere esperto per dare sostegno all’altro. Visto da fuori, è un grosso azzardo, o forse no: magari dietro c’è un gran bel progetto, ma nascosto così bene che non si riesce a capire. Sta a vedere che tra qualche giorno spunta qualcuno della proprietà che spiega tutto per bene, partendo da quello che è successo, fino a quello che si vuole in futuro. Quando provi cose nuove e strane e pretendi pure l’appoggio della piazza, di solito funziona così.

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