Cosa resta di una stagione comunque memorabile, con il primo trofeo della storia di un club nato nel 2018 (la Coppa Italia), ma che ancora una volta ha sbarrato la strada al sogno serie A in una finale play-off stregata per la Rinascita? Si è chiuso un ciclo o il lavoro è ancora da completare?
Le sensazioni del day-after sono diverse e partono da lontano, perché non bisogna mai scordarsi che Rbr è sorta solo 8 anni fa, e, onestamente, da quella sera ad Anzola dell’Emilia di fronte a 200 irriducibili, ha compiuto passi da gigante clamorosi. Partita, la scorsa estate, come una delle favorite per il salto di categoria, Rimini ha pagato gli errori, evidenti, nella scelta degli americani, perché Robinson era arrivato a fine corsa, con poche motivazioni, una precarietà fisica lampante (e peraltro già manifestata l’anno prima) e anche poco accettato dal gruppo, mentre su Ogden (ottimo giocatore, super persona) bisognava forse effettuare verifiche più approfondite, considerando che aveva saltato tantissime partite, quasi metà stagione, nel campionato precedente con Brindisi a causa di problemi ad un piede, gli stessi che ne hanno sancito la prematura dipartita.
Il direttore sportivo Turci e il direttore tecnico Bolognesi (a proposito, resterà o se ne andrà?) hanno dovuto virare in corso d’opera su Alipiev e Porter, con tutti i limiti intrinseci del caso. Buoni giocatori, a tratti anche decisivi nelle singole partite, utilissimi nei play-off, ma non elementi da promozione. La differenza con un McGee peraltro al crepuscolo è stata evidente, così come, alla fine della fiera, tra l’avere o il non avere uno Zampini.
Tomassini, Marini e Denegri ci hanno anche provato, ma sono arrivati spompati alla meta, ormai spremuti dal peso di una “carretta” che hanno tirato anche sin troppo a lungo. In questa Dole “italocentrica”, spesso falcidiata dai guai fisici, Sandro Dell’Agnello è stato super nel gestire la mente e il corpo dei suoi guerrieri, compattando la truppa quando, sempre a cavallo di gennaio e febbraio, il Generale Inverno ha costretto la Rinascita a lottare improvvisamente per la post-season che contava, e non più per quel posto al sole toccato solo per una misera giornata. Si dice che i cicli nascono e finiscono con le guide tecniche, non con i giocatori: il tecnico livornese, confermatissimo da Paolo Carasso al quale non piace cambiare tanto per, proprio nel corso della stagione, nella quale gli è stato rinnovato il contratto fino al 2027, dovrebbe ripartire da 4-5 certezze e due novità Usa, ma questo record di 1-6 nelle ultime due finali promozione può pesare a livello di aspettative.
Al netto del trionfo di Coppa, dove Rimini ha dimostrato di valere le migliori, quel che manca è infatti una coppia straniera che faccia definitivamente la differenza, affiancandosi ad italiani di assoluto livello, che anche se cambieranno, resteranno comunque dei top player (e da Pesaro, qualora dovesse partire uno tra Tomassini e Marini, è in arrivo Matteo Tambone).
A proposito di obiettivi, è chiaro che l’asticella alzata, dal prossimo ottobre, punterà dritta al salto in serie A. La società è pronta: strutturata, completa, organizzata. Tra l’altro, si vocifera sul possibile avvento di Renato Nicolai, ex Cento, Nardò e Scafati, in qualità di general manager della Rinascita del futuro.
Ma, in ogni caso, resta il dubbio amletico della dimensione corretta della piazza riminese: meglio giocare campionati da protagonisti in A2, col 60-70 per cento delle vittorie e sold-out spesso e volentieri, o rischiare la pelle al piano di sopra dove per salvarsi all’ultima giornata o giù di lì, prendendo spesso dei trentelli piuttosto tristi, vedi Cantù, bisogna spendere più del doppio?
In un mondo ideale, il destino della Rinascita è segnato: riportare la Rimini dei canestri dove si manca dal 2001, magari trovando una dimensione di medio livello come già successo a fine Anni ’90.
Per l’ultimo step, però, serve ancora tempo. E denaro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA