Quattro anni fa Paolo Carasso lustrava la Coppa della promozione in A2 e ripeteva che quel trofeo sarebbe stato solamente il primo. Detto e fatto, domenica è arrivato il secondo, che in un certo senso ha zittito chi cominciava a pensare che il fantasma della sconfitta aleggiasse fin troppo sui colori biancorossi di Rinascita Basket Rimini: ko nella semifinale di Coppa Italia 2025, perso il duello con Udine in A2, persa la finale play-off con Cantù per salire in A, persa la finale di Supercoppa lo scorso settembre e se fosse arrivata anche la sconfitta con Brindisi...
«La vittoria in Coppa Italia nasce anche da quelle sconfitte - dice Paolo Carasso - non è facile arrivare in alto con una nuova realtà, pronti via e vincere. Anche noi dovevamo acquisire esperienza per giocare a certi livelli, esperienza anche nel gestire le sconfitte per poi vincere. La vittoria di domenica è la testimonianza di un percorso al vertice che non è casuale perché è frutto della continuità della squadra che si sta esprimendo a questi livelli».
Facile parlare adesso dopo il dominio contro Verona, un po’ meno quando è iniziata l’ultima azione offensiva della partita con Brindisi. «La tripla di Tomassini come gesto sportivo è stato decisivo per la vittoria, ma credo che nella vita le cose non vengano mai per caso. Cioè, in questo momento ce lo meritiamo, ce lo siamo meritati: sentiamo l’affetto e la spinta della Rimini sportiva intera, il riminese gode da morire per questa vittoria e per noi è arrivato il momento di passare alla cassa».
Cosa vuol dire vincere la Coppa Italia in questo momento della stagione? «Intanto questa Coppa rimane negli annali per sempre, nessuno ce la può più togliere. Un grande risultato sportivo e dà ulteriore valore al percorso che stiamo facendo come società che rimane ai vertici, è sempre competitiva sotto il profilo tecnico e gestionale. Abbiamo masticato amaro in passato, quindi è ancora più bella questa vittoria, sofferta, sudata, fortemente voluta».
Vi sentite ancora in corsa per il bersaglio grosso di questa stagione? «Questa vittoria ci dà la consapevolezza della nostra forza e questo diventa un vantaggio. L’equilibrio in A2 regna sovrano, non vedo tantissima differenza tra le prime, non esiste una favorita indiscussa come Udine e Cantù dello scorso anno che onestamente si staccavo dalla concorrenza, erano più strutturate. La Coppa ci ha detto che siamo competitivi come gli altri, forse più, ma soprattutto che possiamo fare la differenza anche con la forza mentale. Guai se questa vittoria ci dovesse far cadere nella presunzione dimostrando poca umiltà».
Che dire di Sankare, scommessa vinta? «Ragazzo intelligente, sveglio, con doti atletiche straordinarie, come tutti i giovani ancora non conosce la sua capacità e la sua forza, sul piano tecnico e tattico sta facendo l’esperienza di crescita, dovrà gestire il tempo di attesa dei suoi miglioramenti. E mi soffermo anche su Saccoccia: bellissima risposta, con un’assunzione di responsabilità degna di un giocatore scafato».
La Dole ha vinto la finale senza i punti degli stranieri (1/11 tra Ogden e Alipiev). Non crede che servirà un apporto realizzativo più concreto di entrambi per puntare all’A1? «Ogden è straordinario in quello che sta facendo. Un giocatore del suo livello ha avuto intelligenza e professionalità nel mettersi al servizio della squadra, si è buttato sui palloni, ha aggiunto recuperi, rimbalzi, non è stato invasivo nel suo gioco e ha difeso alla grande su Johnson (a proposito: dopo aver visto la finale, ci sono ancora in giro i nostalgici di Justin? ndr). Alipiev gioca in una realtà che lotta al vertice, deve ancora trovare la fiducia in se stesso per capire se ce la fa o no a questo livello e noi in più l’abbiamo spostato in un ruolo dove non può abituarsi subito. E aggiungo: il gruppo è stato sempre messo davanti alla singola unità, questo parte dalla società per come è stata strutturata. In campo la gestione della squadra fa sì che vengano distribuiti punti e minuti, la capacità dei due stranieri è stare all’interno del gruppo, sapendo che ci sono giocatori come Denegri, Marini, Camara, Tomassini che hanno bisogno di sentire la palla».
Chiusura con i ringraziamenti. «Su tutti Paolo Maggioli, un presidente che ci segue in maniera serena ed equilibrata ma guarda sempre in alto con tanta passione. Poi i soci, gli sponsor, a conferma della vittoria del gruppo anche fuori dal campo. E tutta Rimini intesa come tifosi, appassionati che hanno riempito il Flaminio. Tutti i presidenti di Federazione e Lega, Petrucci, Gherardini, Maiorana, sono rimasti a bocca aperta per il pubblico e il tifo di una piazza come la nostra. Per le fortune di Rinascita Basket Rimini non si dovrà mai rompere questa catena».
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