L’orgoglio di Dell’Agnello a Rimini: “Chi ci arriva può perdere le finali mentre gli altri le guardano in tv”

Due anni e mezzo fa ha preso il timone dell’allora Rivierabanca a stagione in corso mentre era in cattivissime acque sul fondo della classifica e, dopo aver raddrizzato la rotta, non solo l’ha portata tranquillamente in porto, ma ha raggiunto i play-off. Poi, nella prima stagione completa al timone, ha condotto Rimini alla finale per la Serie A dopo aver guidato a lungo la classifica e quest’anno ha fatto meglio: nuova finale promozione, con serie tiratissima con Verona, e Coppa Italia messa in bacheca. Primo trofeo della storia di Rbr conquistato in un Flaminio in festa proprio ai danni della Ramagli band. Tutto fra mille infortuni, sostituzioni forzate di giocatori e cambi di roster e sistemi a ripetizione. L’oramai ex amministratore delegato Paolo Carasso gli aveva rinnovato il contratto a campionato in corso, il nuovo Renato Nicolai ha iniziato la sua avventura partendo proprio dalle conferme di Sandro Dell’Agnello e dei gioielli Marini e Tomassini. Il capitano, il bomber che fa mille cose e il coach. Sono loro gli architravi per ritentare la scalata al paradiso del basket tricolore, in uno zoccolo duro completato a oggi da Denegri, Leardini, Simioni e Sankare, tutti ancora sotto contratto anche se il talentino è in rampa di lancio direzione massima serie.

Dell’Agnello, è passato oramai qualche giorno da gara 4: a freddo, è più l’orgoglio per questa bellissima cavalcata di 54 partite o il magone per la seconda finale persa in due anni?

«Quando ci penso è ancora durissima digerirla, perché il dispiacere è stato enorme. Per tutto quello che ci è successo durante l’anno, la stagione è stata però ancora più straordinaria di quella scorsa. Siamo arrivati ad affrontare Livorno nel play in senza che si respirasse tantissima fiducia, con Pesaro ci davano per spacciati, Cividale era considerata la nostra bestia nera e alla fine siamo arrivati a giocarcela con Verona che in estate era la strafavorita di tutti e aveva aggiunto un giocatore come Loro. A giocarcela a testa altissima fra l’altro, con una serie decisa in pratica da una tabellata... Obradovic, a mio parere il miglior allenatore in circolazione, dice sempre che per perdere le finali bisogna arrivarci mentre tutti gli altri le guardano in tv. Noi sono due anni che siamo straprotagonisti e guardandomi indietro, ricordo che in una delle mie prime partite sulla panchina di Rimini c’era il palazzo mezzo vuoto e parte del pubblico era schiena al parquet per protesta: direi che tutti insieme di strada ne abbiamo fatta...».

Quanto è stata dura tenere sempre la squadra sul pezzo con l’infermeria che non dava mai tregua e la necessità di tornare più volte sul mercato?

«Tanto, ma se siamo arrivati in un fondo è merito di tutti, In primis della società, che ci ha sempre aiutato e sostenuto in ogni necessità, poi dello staff tecnico e medico che mi hanno supportato giorno dopo giorno e c’è stato un periodo che il secondo ha dovuto lavorare più del primo. Non è semplice partita dopo partita portare chi faceva il 3 a giocare da 4 o viceversa, per questo devo dire grazie anche alla grande disponibilità dei ragazzi. E infine al nostro straordinario pubblico, che ci ha spinto sempre, anche e soprattutto nei periodi no».

Il momento più difficile e quello più bello?

«Il primo è stato in pieno inverno, quando, dopo aver raggiunto la vetta con otto vittorie consecutive, si è rotto Ogden, si è scelto di tagliare Robinson e si sono infortunati Leardini e Tomassini. Abbiamo perso tre partite di fila e quello è stato veramente il momento più duro. Il più bello sono stati invece i play-off: stratosferici, giocati benissimo, con la vittoria di gara 5 a Pesaro davanti a 9000 persone davvero indimenticabile. Gli ultimi due mesi sono stati straordinari, più ancora della vittoria della Coppa che si risolve in due sfide».

A detta di Paolo Carasso, quello che ha fatto la differenza contro Verona è stata l’abitudine alla vittoria. Il fatto che i veneti avessero giocatori che avevano appena vinto il campionato, mentre Rimini quell’esperienza se la sta facendo.

«Sono d’accordo con lui e torno al discorso di Obradovic: per vincere le finali bisogna giocarle e prima magari anche perderle. In gara 3 e 4, Monaldi, che di campionati ne ha vinto più di uno, è entrato per decimo: tanto per dire quale fosse il loro roster».

C’è qualcosa che non rifarebbe?

«Non rifarei mille cose. Sono il primo critico di me stesso, anche troppo, mi bastono sempre da solo. Nelle singole partite sì, non rifarei diverse cose, ma l’unico vero rimpianto è forse non aver avuto sempre continuità difensiva sui 40 minuti. Per caratteristiche siamo una squadra più offensiva che difensiva, ma in diversi periodi abbiamo difeso benissimo e quasi soffocato l’avversario: ci è mancato forse un po’ di riuscirci con costanza».

Si partirà da questo per completare il gruppo 2026-2027? Cosa chiede alla società?

«Innanzitutto nella soddisfazione di aver rifatto la finale si va sul mercato in ritardo sulle altre e questo rende tutto ancor più difficile visto che gli italiani bravi non sono mille e non è come andare al supermercato. Quello che mi piacerebbe è riuscire ad aumentare un po’ la dote di atletismo della squadra, oramai lo sport in generale da anni va in quella direzione».

Sono stati annunciati i rinnovi di capitan Tomassini e Marini e non era certo scontato...

«Sono molto contento che siano ancora con noi, lo volevamo tutti ed è una gran cosa. Per dare continuità ad altissimi livelli e continuare a crescere lo zoccolo duro è fondamentale».

La prossima sarà la sua quarta stagione a Rimini, un raro caso di continuità nel panorama generale: il suo rapporto con Rimini e con la piazza?

«Per far capire quanto sto bene qua, dico solo che non vorrei essere in nessun altro posto. Da giocatore e allenatore credo di aver abitato in 15 città diverse, ma qui mi trovo veramente alla perfezione: con la società c’è un’unità d’intenti invidiabile, il pubblico è appassionatissimo e ci è sempre vicino e mi sono innamorato della città. Confesso che la conoscevo poco e come tanti pensavo che Rimini fosse mare e spiaggia, invece è a misura d’uomo e ha tutto: una grande qualità della vita, la collina e l’entroterra a due passi, tutto».

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