L’Unieuro perde il terzo derby consecutivo, il secondo in questa sua difficilissima stagione, ma l’analisi della gara di domenica in casa della Dole deve per forza partire dal numero 27.
Non sono le giornate di campionato sinora affrontate dai biancorossi. Lo sarebbero, se nel computo si considerasse ancora la gara di Bergamo, ma parliamo d’altro perché 27, esclusi componenti della società forlivese e loro familiari accreditati, erano i tifosi della Pallacanestro 2.015 che hanno deciso di seguire e sostenere la squadra di Martino al Flaminio. Ventisette appena su 150 posti disponibili coloro che, a scapito delle modalità imposte dalla Questura e che prevedevano l’abbinamento obbligatorio tra biglietto d’ingresso e tagliando del pullman (scortato) sino al palasport, hanno deciso di sostenere la squadra “nella buona e nella cattiva sorte”.
Un numero la cui esiguità fa malissimo e poco conta se i gruppi organizzati della Curva Nord (mai presenti in casa, ma seppur a ranghi ridotti sempre presenti in trasferta), avessero deciso di disertare criticando le imposizioni dettate dalle ragioni d’ordine pubblico.
E gli altri, dov’erano? Forlì il derby l’ha perso ancor prima di scendere in campo e al di là del passivo subìto sul parquet, l’ha perso più sotto questo profilo rispetto a quello strettamente sportivo di un match in cui aveva ben poche chance.
Le ragioni sono più profonde e parlano di un’annata di incomprensioni reciproche e sedimentate risalenti all’estate scorsa; di una sfiducia già tangibile quando di basket si parlava sotto l’ombrellone e che poi i risultati hanno acuito; di delusioni non sanate dall’impegno della dirigenza a correggere il tiro in corsa con gli acquisti di Stephens e ora Bossi; di un’aspettativa bassissima anche sul futuro della squadra (e per molti anche del club) che se non è sinonimo di rassegnazione, poco ci manca.
Ecco, era un derby, la classica partita che “va al di là dei pronostici”, la rivalità sportiva più sentita, ma questo non è bastato a far dire, come nel coro: «sino alla fine, i biancorossi». No, per molti quest’anno questo non vale più. Poi l’anno prossimo forse anche sotto questo aspetto si ripartirà daccapo, ma per questa stagione, no. E’ amarissimo, ma è così. Qualcosa si è rotto nel profondo anche in una città che quando ha dovuto compattarsi per un obiettivo come la salvezza (vedasi l’anno d’esordio in A2 della “Pieffe”), ha sempre dimostrato di volerlo e saperlo fare alla grande.
Dovrebbe farlo anche adesso? Sì, perché mantenere l’A2 è vitale per il futuro del basket in città. Cambierà qualcosa a breve? Difficile, perché ora sono solo i risultati sul campo a poter proteggere quella flebile fiamma. Forlì deve tornare a vincere, anche e per forza con le grandi e per farlo ha bisogno di recuperare Gaspardo e Aradori stesso. Il compito spetta alla squadra poi da giugno sarà necessario ricucire anche e in primis il rapporto a partire dalle stanze societarie, ricordando che tutto può cambiare velocemente: anche nel 1993-’94 Forlì toccò punti bassissimi (146 paganti di Telemarket-Caserta) poi arrivò una nuova proprietà, cosa che non accadrà ora, ma soprattutto la promozione. Un solo anno dopo.