Supernova, Rimini come una mangrovia: il festival diffuso di Motus ha trasformato la città in una geografia della resistenza / PHOTOGALLERY

Spettacoli
  • 11 maggio 2026

Si è chiusa a Rimini domenica 10 maggio, dopo cinque giorni di programmazione intensa e diffusa, la quarta edizione di Supernova, il progetto dedicato alle arti performative ideato e curato da Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande di Motus, insieme a Paola Granato, in collaborazione con Santarcangelo dei Teatri, il Comune di Rimini e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna.

Dal 7 al 10 maggio Rimini è tornata a farsi terreno di sperimentazione per linguaggi artistici molteplici e porosi: teatro, danza, performance, cinema, musica, installazioni, workshop e incontri hanno dato vita a una costellazione di eventi capace di coinvolgere un pubblico trasversale, composto non soltanto da addetti ai lavori ma anche da cittadini e spettatori arrivati da altre città italiane ed europee.

Più che un festival, Supernova sembra ormai configurarsi come un dispositivo urbano capace di ridefinire il rapporto tra arte contemporanea e spazio pubblico. Il cuore simbolico di questa edizione è stato affidato all’immagine della mangrovia, metafora potente e politica di un ecosistema fatto di radici intrecciate, resistenza e rigenerazione. Una figura che ben racconta la struttura stessa della manifestazione: non gerarchica, tentacolare, mobile, capace di espandersi e contaminare luoghi e pratiche differenti.

L’edizione 2026 ha infatti ampliato ulteriormente la propria geografia cittadina. Se il teatro Galli ha continuato a rappresentare il fulcro della programmazione — dalla sala principale al foyer, fino agli spazi dedicati alla musica e alla danza — il festival si è irradiato in numerosi altri luoghi di Rimini: piazza Tre Martiri, il cinema Fulgor, il terrazzo del Museo della Città, la cappella Petrangolini, Primo Piano Art Gallery, La Crocina e naturalmente Casa Motus, spazio sempre più centrale nella visione curatoriale del gruppo riminese.

Particolarmente significative le due prime nazionali: “Ayoub” di Marina Otero, artista argentina da tempo tra le voci più radicali della scena internazionale, e “Umunyana” del performer ruandese Cedric Mizero, capace di trasformare il foyer del Galli in un luogo sospeso, quasi rituale.

Due lavori molto diversi, accomunati però dalla capacità di interrogare identità, appartenenza e vulnerabilità attraverso il corpo.

Accanto agli ospiti internazionali — tra cui anche Mohammed Hadia (biishoss) dalla Palestina e Abdullah Miniawy dall’Egitto — Supernova ha confermato una forte attenzione verso la scena italiana più sperimentale, intrecciando percorsi consolidati e nuove generazioni. Tra i protagonisti di questa edizione: Federica Rosellini, Muna Mussie, Cristina Kristal Rizzo, Industria Indipendente, Invernomuto, Royal Divorce, Michela Depetris, Vincent Giampino, in un cartellone che ha scelto deliberatamente di evitare ogni comfort zone curatoriale.

Il filo rosso emerso con maggiore forza è stato quello di una riflessione apertamente politica sul presente. Non solo nelle drammaturgie decoloniali che hanno attraversato più lavori, ma anche nelle prese di posizione esplicite emerse in scena. Emblematico il finale di Marina Otero, che ha trasformato il proprio spettacolo in un gesto di denuncia contro le complicità delle istituzioni culturali internazionali rispetto alla guerra in Medio Oriente. Un momento che ha acceso il dibattito e che ha restituito al teatro una funzione spesso smarrita: quella di spazio conflittuale, vivo, non pacificato.

Anche i workshop gratuiti hanno rafforzato la vocazione laboratoriale del progetto: dal lavoro di Mohammed Hadia con le studentesse del Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna al percorso internazionale guidato da Lucien Lambertz e Sarah Plochl, fino al laboratorio di Royal Divorce.

I numeri confermano la crescita della manifestazione: 12 spettacoli, di cui due prime nazionali, tre laboratori, tre proiezioni e due talk, con numerosi sold out e una presenza significativa di operatori culturali provenienti dall’Italia e dall’estero.

Ma il dato più interessante resta forse un altro: Supernova continua a sottrarsi alla logica dell’evento-vetrina per affermarsi come esperienza collettiva, attraversamento urbano e pratica di immaginazione politica.

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