BELLARIA. «L’altra mattina a Bellaria da una terrazza d’albergo guardavo uno stabilimento balneare, / tutti i lettini rettangolari in file ordinate regolari, / e come spesso succede al mare mi venivano dei pensieri / che quei lettini ordinati somigliavano alle tombe nei cimiteri». Occorre convenire che «questa riflessione che al principio può inquietare», è vero anche, però, «che funziona» ed è «constatazione impossibile da contestare». Anche perché ha un «corollario filosofico particolare / cioè che quando scendi nella tomba ti sentirai volare / dall’altra parte del mondo, in uno stabilimento balneare».
Qualcosa di remoto e familiare insieme risuona nei versi di Stabilimento balneare di David Riondino, postata oggi (1 aprile) sui social da Caterina Guzzanti, sorella di Sabina a lungo fidanzata con l’attore, regista, artista, scomparso domenica 29 marzo a Roma all’età di 73 anni e salutato ieri nella Chiesa romana degli artisti da tanti che gli hanno voluto bene. «Grazie per averci lasciato tra le altre mille idee gentili e geniali anche questa constatazione impossibile da contestare. Ora sì che abbiamo un Santo in paradiso» ha scritto Caterina Guzzanti postando la poesia sui social.
Una poesia che fa riemergere un contesto, una storia, un tempo e uno spazio sufficientemente precisi. La scena: la spiaggia di Bellaria Igea-Marina, provincia di Rimini, località che può entrare a buon diritto nella geografia romagnola di David Riondino, dopo Longiano dove visse e diresse anche il Teatro Petrella e San Mauro Pascoli dove tanto collaborò e fu direttore artistico del “Giardino della poesia” (l’estate scorsa memorabile è stato un suo tributo a Carmelo Bene).
Il tempo cui paiono rimandare quei versi: fine anni Ottanta. E poi la terrazza d’albergo: chissà se lo stesso in cui alloggiava la direzione artistica dell’allora festival cinematografico Anteprima per il cinema indipendente italiano (Enrico Ghezzi, di cui si dirà tra poco, Morando Morandini, Gianni Volpi), l’Hotel Elisabeth della zona Cagnona. David Riondino fu infatti ospite in quegli anni del festival bellariese.
Trascorsi bellariesi ricordati sui social in questi giorni anche da Vinicio Capossela (all’epoca agli inizi della carriera) che suonava al locale Pjazza di Roberto Mantovani, proprio lì dove si tenne una memorabile serata finale del festival di cinema con Riondino sul palco a fare da mattatore e a recitare una sua poesia che faceva il verso a “Mio nonno fava i madéun” (Mio nonno fabbricava mattoni) di Tonino Guerra poi finita in “Amarcord” di Federico Fellini (poesia di Calcinazz). Ricorda Miro Gori, che all’epoca era direttore organizzativo del festival bellariese e che oggi da anima del Giardino della poesia sta già pensando a come ricordare l’amico Riondino nella prossima edizione: «David scrisse per la serata finale del festival di Bellaria una poesia ispirata a i madéun di Tonino Guerra e mi chiese di tradurgliela in dialetto santarcangiolese. Non so che fine abbia fatto quel testo di cui lui stesso ha ricordato la genesi nella prefazione che gentilmente scrisse poco tempo fa per la mia ultima raccolta di poesia».
Quel che è certo: quel momento della serata, con Riondino che recitava in dialetto, fu esilarante. L’epoca era pre social e smartphone, dunque le tracce possono essere solo nella memoria di chi c’era.
C’è invece una foto di David Riondino insieme a Enrico Ghezzi scattata quella sera: la camicia che indossava Ghezzi, rossa con foglioline, in un del tutto casuale pendant con gli occhiali, era di David Riondino che gliela prestò dopo che quella di Ghezzi si era irrimediabilmente macchiata.
Rip David Riondino, continueremo a sentirti inneggiare, recitare, cantare e filosofare, tra dialettica hegeliana e “Io penso” kantiano evocati da una spiaggia bellariese, magari.