di CLAUDIA ROCCHI
CESENA. Rosa e nero: due colori identitari nella storia del Giro d’Italia, specie di quel Giro da scavalca montagna, imperiosamente coraggioso, che ha segnato la storia del ciclismo, sullo sfondo di un’Italia dal dopoguerra in trasformazione. Se la maglia rosa si conferma ancora l’ambito “palio” dei corridori, la maglia nera da decenni non viene più consegnata. È stata eliminata da un presente che obbliga a sentirsi vincenti, dove una maglia che premia l’ultimo arrivato, nera come l’onta, non può essere accettata. Ma, per il ciclista Luigi Malabrocca (1920-2006), ultimo di 7 fratelli, quella maglia nera rappresentò la dignità, la ragione del suo Giro, il coraggio di battersi per portare due soldi a casa, perché l’ultimo del Giro veniva premiato dall’organizzazione; e pure dalla gente che in lui si riconosceva; metteva insieme pane, olio, salame, da donare a quell’indomito corridore che tagliava il traguardo anche da ultimo.
Ne ha raccontato Benito Mazzi nel suo “Coppi, Bartali, Carollo e Malabrocca; le avventure della maglia nera” (2005). Storia da cui è partito Matteo Caccia (1975), noto podcaster, giornalista, narratore radiofonico, per ricavarne lo spettacolo “La maglia nera” che da vent’anni propone, in scena sabato 12 settembre alle 21 al teatro Bonci di Cesena, per Fume festival di Michele Di Giacomo.
Lei, Caccia, aveva cominciato come attore; cosa l’ha spinta a passare da presenza fisica a voce evocativa, pure mantenendo qua e là un corpo davanti al pubblico?
«Dopo la scuola filodrammatica e i primi spettacoli ho capito di non avere grande talento da attore, mentre sentivo un bisogno autoriale. Ho pensato che, se avessi scritto cose per me, sarebbe stato più facile esprimerle a un pubblico. “La maglia nera” è la prima storia che ho raccolto, nei giorni in cui lavoravo a un programma estivo radiofonico. Contattai Benito Mazzi, libraio e biografo di Luigi Malabrocca; quel racconto mi sembrò una metafora dell’Italia di allora, esaltava un certo spirito di intuire le cose e di arrangiarsi. Contattai la famiglia ed ebbi modo di avere quattro lunghi preziosi incontri con Malabrocca. Purtroppo però, Luigi venne a mancare un mese prima dal debutto».
La dedizione alla radio è stata una scelta o una conseguenza?
«Una scelta, l’ho proprio voluta. Avevo già scritto “La maglia nera” e volevo continuare. Vidi un docufilm che raccontava di un tizio che aveva perso la memoria, pensai sarebbe stata una bella storia da raccontare. La proposi a Radio 2 e quel programma “Amnèsia” fu l’inizio di tutto. Era il 2008. Da 15 anni sono la voce di Radio Popolare 24, alle 15 in “Matteo Caccia racconta”; lavoro per Il Post, applico la narrazione ovunque».
Si ritiene un fautore dei podcast narrativi; ma qual è la novità di questi audio, considerando che già un secolo fa la radio era il mezzo più popolare, pur senza digitale?
«La forma di fruibilità è la sua forza, il podcast è in uno spazio che si può recuperare e ascoltare in qualsiasi momento, frutto della rivoluzione del digitale, dell’on demand. Anche dai miei primi podcast narrativi c’è stata una evoluzione; quelli ricalcavano la tradizione dello sceneggiato radiofonico. Oggi le storie sono per lo più vere, con un narratore che tiene insieme le voci dei protagonisti, suoni, musiche. In generale penso che i gusti delle persone tornino ciclicamente, che si desideri recuperare sensi perduti, però attraverso una forma più moderna. Così negli anni recenti il podcast si è evoluto in audio documentario: dalla Costa Concordia al true crime che la fa da padrone. Adesso però i più gettonati sono podcast continuativi, a cadenza fissa, che diventano un palinsesto nella vita delle persone».
Come invece in vent’anni si è evoluta questa sua “maglia nera”?
«Lo spettacolo all’inizio aveva una piccola scenografia, una bicicletta che montavamo; quando l’ho riproposto, si è trasformato in lettura con musica dal vivo. Di recente l’ho ripreso in mano e, complice l’esperienza accumulata in venti anni, e i miei 50 anni di oggi rispetto ai 30 di prima, ho raggiunto la forma preferita: la narrazione pura. Mi siedo sulla sedia e ti racconto questa storia».
Come desidera continuare tra voce, racconto, podcast, palcoscenico?
«La forma che più mi appassiona in questo momento è la lettura ad alta voce. Vorrei leggere grandi classici per chi non ha più tempo o voglia di farlo. L’ho fatto anche sabato scorso al castello di Cusercoli per il festival “Come acqua”; ho letto “Il corpo” di Stephen King racconto da cui è stato tratto il film “Stand by me”».
Euro 14-10.