Ci sono concerti che sono semplici esibizioni, e poi ci sono liturgie collettive in cui un artista e il suo pubblico celebrano un patto che dura da una vita. Quello andato in scena sabato 10 ottobre 2026 all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno è l’essenza stessa di questo patto. A 66 anni, Luciano Ligabue porta sotto le Torri la tranche autunnale del suo “Certe notti Tour 2026”, uno spettacolo monumentale concepito per celebrare tre pilastri della sua storia: i trent’anni dell’inno Certe notti e dell’album Buon compleanno Elvis (il disco che nel 1995 lo sdoganò da rocker di culto a fenomeno pop-rock nazionale) e i vent’anni del primo storico Campovolo.
Niente fronzoli, nessun ospite a sorpresa a rubare la scena (se non gli affetti più cari), e una dichiarazione d’intenti che arriva fulminea fin dai primi accordi. L’apertura è un tuffo carpiato nel 1990: Balliamo sul mondo, Marlon Brando è sempre lui, Non è tempo per noi e Piccola stella senza cielo. Un blocco iniziale estratto interamente dall’album d’esordio, che chiarisce subito un punto fondamentale. Quella scrittura asciutta, in cui un ex operaio e dj di provincia mescolava l’immaginario americano alla Bruce Springsteen con i bar e le statali della Bassa emiliana, non è invecchiata di un giorno; si è solo caricata della memoria di chi, in platea, la canta da quasi quarant’anni.
Tra gli anni d’oro e il muro del suono
La scaletta, un meccanismo da ventitré canzoni, attraversa decenni senza perdere un colpo di cassa. Si passa dal 1999 di Miss Mondo – con L’odore del sesso e Una vita da mediano, l’eterno inno al gregario dedicato a Lele Oriali – all’esplosività di Tutti vogliono viaggiare in prima. Ma la vera notizia di questo tour è la carrozzeria con cui il Liga ha vestito i suoi classici. Sul palco c’è un vero e proprio “muro del suono” formato dai quattro chitarristi che si sono alternati al suo fianco in epoche diverse: Federico Poggipollini, Max Cottafavi, Mel Previte e Niccolò Bossini. A blindare la ritmica e le armonie ci pensano Luciano Luisi alle tastiere, Davide Pezzin al basso e la batteria granitica del figlio Lenny Ligabue. Una band che restituisce al rock italiano una fisicità ruvida che in giro si sente sempre meno.
L’omaggio al Maestrone in casa sua
Il cuore emotivo della serata si ferma, inevitabilmente, su Caro il mio Francesco. Se all’Arena di Verona la canzone-lettera dedicata a Guccini era stata un saluto a ridosso della sua scomparsa, a Bologna il peso specifico è un altro. Qui il Maestrone ha vissuto e cantato, qui c’è quella “Via Paolo Fabbri 43” diventata un indirizzo mitologico per la musica d’autore. L’esecuzione si trasforma in un simbolico e struggente passaggio di testimone tra due generazioni di cantautori emiliani: quella delle osterie e delle chitarre acustiche, e quella dei palazzetti e delle Telecaster sature.
La famiglia e l’impegno
Ligabue non si accontenta però della nostalgia. Lo spazio per il presente è vitale: arrivano Qualcosa per te e il potente inedito Nessuno è di qualcuno, brano schierato in prima linea contro la violenza sulle donne (i cui diritti andranno alla Fondazione Una Nessuna Centomila). Poi, il momento di intimità più alta del concerto: il duetto con la figlia ventiduenne Linda sulle note di A modo tuo, brano che il rocker scrisse pensando a lei e che affidò a Elisa nel 2013.
Il finale incalzante
Quando partono i riff di Urlando contro il cielo, Happy hour e Tra palco e realtà, l’Unipol Arena diventa un’unica entità sudante e saltellante. I bis sono un inno al decennio che lo ha consacrato, affidati a I ragazzi sono in giro e all’inevitabile chiusura con Certe notti, che dopo tre decenni resta la sua incontrastata canzone-manifesto.
C’è chi potrebbe dire che è “il Liga che ti aspetti”. Ed è vero. Ma dopo quasi quarant’anni di carriera, salire su un palco senza reti di protezione, essere esattamente ciò che il pubblico desidera e suonare ancora così maledettamente bene, è forse il traguardo più difficile da raggiungere.