Vorrei iniziare questa breve recensione con una nota personale, ringraziando mio figlio, studente di filosofia, che mi ha consigliato una serie - “The Lowdown”, disponibile su Disney+ - di cui, lo confesso, nulla sapevo, perso come tutti nel mare magnum delle proposte che arrivano dalle piattaforme. Grazie a lui, ho scoperto un vero e proprio gioiello della serialità televisiva.
Siamo a Tulsa, in Oklahoma. Il protagonista della storia è Lee Raybon (Ethan Hawke), un giornalista investigativo, talmente ossessionato dalla verità da definirsi “truthstorian”, che si ritrova ad indagare sulla morte sospetta di Dale Washberg, subito dopo aver pubblicato un articolo scottante sulla potente famiglia di quest’ultimo. Con la sua inchiesta, Raybon porterà alla luce una rete di segreti, poteri oscuri e antichi peccati.
La serie creata da Sterlin Harjo è attraversata da varie suggestioni letterarie e cinematografiche (in “The lowdown” è possibile rinvenire, qua e là, qualche traccia di certa filmografia western e di Dashiell Hammett, di Raymond Chandler, di Jim Thompson, di Joel ed Ethan Coen), che però vengono rielaborate all’interno di una tessitura alquanto personale, dove la commedia, l’ironia e i toni surreali giocano un ruolo fondamentale. Quello di “The lowdown” è un mondo abitato da personaggi eccentrici che, tuttavia, non sfociano mai nella caricatura, grazie ad un racconto che poggia le proprie basi sulla critica sociale e su una solida consapevolezza culturale e storica. Un’opera intelligentissima, sostenuta da una messa in scena brillante e affilata, che offre allo spettatore la possibilità di credere che la realtà sia insieme buffa e sinistra, ponendosi anche come “luogo” di riflessione rispetto a certe tematiche, legate all’arte di saper raccontare storie, alla capacità di affabulazione che, a volte, può diventare salvifica (vedi l’incontro di Raybon con i fratelli Beluga...) e, soprattutto, alla scrittura come sorgente di verità e come strumento per dare ordine al caos che governa le vite di noi poveri mortali. Molto si potrebbe ancora dire: sulla condotta registica (non priva di sottigliezze: basti pensare all’utilizzo, del tutto inaspettato, del ralenti e del fermo immagine, quasi ad evidenziare la natura “autoriale” del progetto...) e sull’uso che viene fatto del territorio, visto come componente narrativa essenziale, e delle ambientazioni diurne e notturne; sul montaggio, sempre impeccabile; sul controllo assoluto dei mezzi espressivi ed attoriali esercitato da tutti gli interpreti; sulla cura per i dialoghi e la pregnanza della colonna sonora. Ma forse bastano, alla fine, queste poche parole di Agnese Albertini, giornalista e critica cinematografica: “Ciò che rende davvero speciale ‘The lowdown’ è la sua capacità di parlare del presente attraverso il passato. La serie ci invita a meditare sulle dinamiche del potere, sulla manipolazione della verità e sul peso della storia nelle comunità contemporanee, dimostrando che il crime può ancora essere uno strumento potentissimo di analisi sociale”.