La poesia senza fine di Gino Paoli

“Come non ammettere che una nota sola basta a toccare il nostro sentimento? Persino un suono singolo contiene un poco di quella qualità emotiva che troviamo negli elementi della musica e che si fa incontro a noi, dalle opere dei grandi musicisti, come rivelazione spirituale, confortando i nostri cuori”.

Queste parole di Bruno Walter sembrano scritte apposta per Gino Paoli, scomparso il 24 marzo a 91 anni. Un artista che, come ha detto Francesco Baccini, “ha avuto il merito di cambiare la musica del nostro Paese, perché l’ha liberata e ne ha fatto poesia alla portata di tutti”. Basti pensare, solo a titolo d’esempio, ad un pezzo come Il Cielo In Una stanza che, stando a molti critici musicali e ai risultati di più d’un referendum dedicato alle preferenze degli ascoltatori, è da annoverare tra le canzoni italiane più belle del secondo Novecento, emblema di certi brani che Paoli scrisse negli anni Sessanta, le cui melodie diatoniche - dal profilo ora misterioso e solenne ora giocoso - divennero una specie di marchio di fabbrica del musicista nato a Monfalcone.

Una canzone che durava meno di tre minuti ma in quel tempo perfetto raccontava l’amore come nessuno aveva mai fatto prima. Era un brano rivoluzionario per quella che allora era la musica italiana: non aveva un ritornello, non c’erano le inevitabili rime baciate, parlava di sesso e di amore assoluto (“Quando sei qui con me / Questa stanza non ha più pareti / Ma alberi, alberi infiniti / Quando tu sei vicino a me / Questo soffitto viola, no, non esiste più / Io vedo il cielo sopra noi che restiamo qui / Abbandonati come se non ci fosse più / Niente, più niente al mondo”). Una delle tante magie - qui ci limitiamo a citare La Gatta, Che Cosa C’È, Ti Lascio Una Canzone, Una Lunga Storia D’Amore, Quattro Amici Al Bar, Vivere Ancora, Bozzoliana - che Paoli, negli anni, ha tirato fuori dal suo cilindro. Canzoni in cui si ritrovavano quelle che erano le prerogative del Nostro: un modo di cantare autentico, privo di retorica e senza impostazioni scolastiche, che acquistava significato grazie al colore e all’inflessione della voce; l’intuito melodico; un approccio ai testi intimo e innovativo [“Senza fine / Tu trascini la nostra vita / Senza un attimo di respiro / Per sognare / Per poter ricordare / Quel che abbiamo già vissuto / Senza fine / Tu sei un attimo senza fine / Non hai ieri / Non hai domani / Tutto è ormai / Nelle tue mani, mani grandi / Mani senza fine” (Senza Fine); “Sapore di sale / Sapore di mare / Un gusto un po’ amaro / Di cose perdute / Di cose lasciate / Lontano da noi / Dove il mondo è diverso / Diverso da qui / Qui il tempo è dei giorni / Che passano pigri / E lasciano in bocca / Il gusto del sale / Ti butti nell’acqua / E mi lasci a guardarti / E rimango da solo / Nella sabbia e nel sole” (Sapore Di Sale)]. Il tutto impreziosito, a volte, da arrangiatori del calibro di Ennio Morricone.

“Le canzoni di Gino Paoli - ha scritto Gino Castaldo - erano spesso costruite su semplici giri di Do, sequenze di pochi accordi sui quali, come ben sa ogni principiante di chitarra, si potevano cantare molti dei suoi pezzi. Ma non è quello: gli accordi non contavano; contavano, alla fine, le irresistibili melodie, la capacità diabolica di trasformare piccole tranches de vie in poesia musicale”.

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