Il ritorno dei Rockets argentati: «Siamo un gruppo rock che usa l’elettronica» / LA PHOTOGALLERY

In tour in questi giorni uno dei gruppi più popolari in Europa degli anni Settanta e Ottanta: i Rockets. Saltata la data di domenica 15 all’House of Rock di Rimini, la formazione sarà in concerto il 22 marzo a Trezzo sull’Adda (Milano).

Il quintetto è attualmente guidato da uno dei fondatori: il tastierista Fabrice Quagliotti.

A lui chiediamo innanzitutto di fare chiarezza su un aspetto che fin dagli anni Settanta non era definito: i Rockets sono italiani o francesi?

«Il gruppo nasce come francese, con tutti i componenti francesi, ma poi nel tempo la formazione si è modificata, e oggi siamo due francesi e tre italiani. Nasce un po’ di confusione perché i membri francesi, Fabrice Quagliotti (tastiere) e Rosaire Riccobono (basso), hanno cognomi italiani; gli altri sono Gianluca Martino (chitarra), Dan Quarto (batteria) e Fabri Kiarelli (voce). Per quanto mi riguarda il mio cognome arriva dal mio bis bisnonno, che era italiano, ma io sono parigino».

L’epoca d’oro dei Rockets fu a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, con le hit “Future woman”, “Space rock”, “One more mission”, “Electric delight”, la reinterpretazione di “On the road again” (cover dei Canned Heat) e “Galactica”, tormentone del 1980 che fruttò il Telegatto come miglior gruppo straniero. C’è un aneddoto di quei tempi memorabili che ci può raccontare?

«Ovviamente ce ne sono tantissimi. Uno che riguarda l’Italia, risale al 1979, quando vincemmo il Festivalbar, che si svolge in estate: noi dal dicembre precedente, prima di pubblicare il brano in gara, sapevamo già che avremmo vinto. La polemica sulle vittorie annunciate si è ripetuta centinaia di volte negli anni, non solo al Festivalbar, e anche oggi non è cambiato niente».

In quel periodo l’elettronica è entrata a far parte della musica a molti livelli, dal “kraut-rock” tedesco al progressive rock, dalla dance europea ai gruppi americani come i Devo. Possiamo dire che voi eravate la parte pop di quel movimento?

«In realtà io non considero i Rockets un gruppo pop, tantomeno un gruppo elettronico; siamo un gruppo rock che usa l’elettronica. Se devo rapportarmi a un altro gruppo dell’epoca trovo affinità con i Devo, anche loro un gruppo rock che usava l’elettronica, anche se i loro brani più famosi erano quelli più elettronici».

Venendo ai giorni nostri, il vostro ultimo album “Some other space, some other live!”, e registrato dal vivo, anche se con un suono perfetto che lo fa sembrare un lavoro in studio. È dedicato a due ex Rockets purtroppo scomparsi: ce li vuole ricordare?

«Durante il tour teatrale del 2025, un anno fa esatto, ho saputo della morte dell’ex cantante e frontman Christian Le Bartz, e ho voluto omaggiarlo inserendo nel Cd un booklet di sue foto e memorabilia. Purtroppo qualche mese dopo è mancato anche l’ex chitarrista Alain Maratrat, altra figura storica dei Rockets, ma non abbiamo fatto in tempo a ricordarlo sul disco, così in questo tour abbiamo una sua foto proiettata alle nostre spalle sul palco. Alain in particolare, oltre che un grande musicista era un grande amico, e ancora non riesco a superare la sua mancanza. L’ultimo album che abbiamo registrato insieme è stato The final frontier, e ancora oggi quando lo suono dal vivo non riesco a non piangere».

Come mai avete voluto pubblicare un album dal vivo?

«Diciamo che i nostri dischi in studio sono registrati molto bene e hanno una buona energia, ma dal vivo abbiamo un’energia pazzesca, e abbiamo voluto portarla su disco soprattutto per i nostri fan che non hanno mai avuto occasione di vederci dal vivo. Anche grazie al nuovo batterista Dan Quarto, abbiamo una grande energia sul palco e credo che il disco renda bene una band che si diverte a suonare dal vivo come siamo noi».

Il disco precedente, “Time machine”, era invece totalmente di cover, italiane e internazionali. Dal vivo ne fate alcune?

«Quel disco è stato voluto soprattutto dal nostro discografico, che ci ha detto: “Tutte le più grandi band hanno fatto un disco di cover: perché non i Rockets?”. Abbiamo così selezionato non solo brani vicini a noi come genere: ci sono ad esempio Walk on the wild side di Lou Reed, Jammin’ di Bob Marley, Riders on the storm dei Doors e Last train to London degli Electric Light Orchestra. Dal vivo però facciamo solo On the road again, perché fa parte della nostra storia, e anche se non era nostra in origine, lo è poi diventata, essendo uno dei nostri più grandi successi. Abbiamo talmente tanti brani nostri che potremmo suonare per sei o sette ore di seguito, quindi preferiamo concentrarci su quelli».

La vostra immagine iconica è quella di fine anni Settanta, vestiti da extraterrestri, con le teste rasate e pitturate d’argento: vi presentate ancora così dal vivo?

«Da quest’anno siamo tornati a presentarci argentati, con nuovi costumi fatti dalla stilista Katia Corsini, in linea con quelli di un tempo, neri e argento, ma meno eccessivi di allora per non sembrare troppo “old fashioned”. Lo spettacolo è bellissimo e abbiamo ricevuto complimenti sia dai fan che ci avevano visto a quel tempo che dai giovani».

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