RAVENNA. Il tema della crisi ambientale è al centro di Oasi, il nuovo spettacolo della compagnia teatrale faentina Menoventi che debutta il mercoledì 30 settembre al teatro Rasi di Ravenna. Lo spettacolo è realizzato con il sostegno del comune di Ravenna nell’ambito del Progetto Europeo Interreg Action: testo e regia sono di Gianni Farina, affidati all’attrice Consuelo Battiston e all’attore Alessandro Renda del Teatro delle Albe. L’evento è inserito nella rassegna Schiusa, promossa da E Production tra Ravenna e Faenza a partire dall’autunno 2026.
Incontriamo il regista e autore Gianni Farina.
«Si tratta di un progetto che vuole confrontarsi con il problema del nostro tempo: l’emergenza ambientale, il problema assolutamente più temibile tra tutti i mali del mondo. Noi siamo di Faenza e abbiamo percepito con particolare intensità la doppia alluvione nel 2023, e quella del 2024: siamo stati schiaffeggiati con forza qua in Romagna e quindi se già il tema ci sembrava interessante e importante, dopo l’alluvione abbiamo iniziato a pensarsi seriamente a come iniziare a parlarne. Ci sono diverse letture che ci hanno sostenuto, fra queste il filosofo Timothy Morton, il sociologo Bruno Latur, Matteo Moterlini che si occupa di scienze cognitive e comportamento umano, poi i romanzi di Amitav Ghosch e di Margaret Atwood. Da questi studi abbiamo ottenuto alcuni elementi che ci sembravano più importanti di altri: Timothy Morton ci ha messo in guardia, lui definisce l’emergenza ambientale un iperoggetto, un oggetto composto da molte facce che è impossibile vedere in un solo sguardo e percepirlo nella sua interezza, quindi invita chi si confronta con questo iperoggetto a frammentarlo; lo spettacolo utilizza anche linguaggi molto diversi: ogni linguaggio si abbina a un aspetto, a un frammento di questo enorme oggetto che incombe su di noi, “la terribile ombra di un invisibile potere”».
In scena ci sono due attori, Consuelo Battison e Alessandro Renda: quali personaggi interpretano?
«Oasi è uno spettacolo che procede a frammenti, guidati da due “elettrosciamani”: Consuelo Battiston e Alessandro Renda conducono gli spettatori all’interno di queste visioni, condividono con il pubblico le visioni che loro hanno avuto su questo argomento e si trasformano ogni volta per raccontare uno di questi aspetti. Un’altra cosa che abbiamo imparato da Morton è l’attenzione alla discarica di dati: siamo sommersi da dati sul cambiamento climatico che però non producono nessuna reazione e nessun impatto. Probabilmente, dice Morton, tutti questi dati provocano torpore, non attenzione e quindi quello che cerchiamo di fare è uno spettacolo non di divulgazione scientifica ma cerchiamo un impatto emotivo».
Quali sono le altre influenze che avete avuto?
«Bruno Latur ci dice invece che noi non viviamo sulla terra, ma su quella che viene chiamata zona critica, una piccola pellicola che va dalle radici degli alberi fino alla chioma degli alberi dove vivono tutte le specie viventi: ci invita a renderci conto di quanto sia piccola in realtà la zona abitabile e per questo subisce facilmente alterazioni e bisogna prendersene cura. Questa zona critica noi la chiamiamo “oasi” e il titolo del spettacolo viene da qui: la nostra oasi è questa sottile pellicola intorno al pianeta».
Quale può essere il ruolo del teatro nell’affrontare questi temi?
«Quello che secondo me è più importante, ma sono convinto che non sia l’unico modo, è un’azione culturale che impatti emotivamente sulle persone. Un’altra cosa che cerchiamo di fare all’interno dello spettacolo è ricordare che fino a poco tempo fa l’umanità si sentiva parte di un macro organismo, di un ecosistema mentre ora ce ne siamo dimenticati. Tutte le specie sono interconnesse, più di quanto vogliamo ammettere: il lavoro culturale agisce anche sul ricordarsi che non siamo i padroni della terra, ma siamo una parte di tutte le specie che la popolano. Siamo sicuramente la parte che fa più danni, però non siamo i più importanti e soprattutto dovremmo prenderci un tempo e uno spazio mentale per ascoltare ciò che non è umano. Inoltre il teatro è ancora uno dei pochi spazi che può ricordarci che esiste una comunità, può esistere uno stare insieme diverso da quello che percepiamo ogni giorno, che è un po’ una gara, una lotta continua, una diffidenza reciproca».